«CARL BARAT - Carl Barat» la recensione di Rockol

Carl Barat - CARL BARAT - la recensione

Recensione del 12 ott 2010 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

Carl Ashley Raphael Barât ha 32 anni e, capitolo Dirty Pretty Things a parte, la gente lo identifica come ex co-leader dei Libertines con Pete Doherty. L'epopea dei Libertines, per i quali peraltro non è detto che sia stata pronunciata l'ultima parola, è stata breve ma intensa. La stampa musicale britannica si innamorò della band ancor prima che uscisse il primo album, "Up the bracket" del 2002, anche grazie ai concerti infuocati e ai guerrilla gigs, piccoli show non annunciati in luoghi pubblici. Pete Doherty, 31 anni, ha messo in campo le sue carte post-Libertines sia con i suoi Babyshambles sia con il suo album solista "Grace/Wastelands" del marzo 2009. Ora toccava proprio a Barât.
Molte le aspettative. Forse troppe. E così Carl, da Basingstoke a 70 chilometri da Londra ma di fatto londinese, dal cilindro ha estratto un album, appunto questo omonimo, singolarmente simile, sotto parecchi aspetti, a quello del sodale: buone cose, ma anche molto materiale facilmente dimenticabile. "The magus": su echi da altri mondi si inserisce una marcetta squinternata, vagamente (molto vagamente) dall'incedere waitsiano. Belle le aperture, ma in mano rimane poco."Je regrette, je regrette": potrebbe provenire dalla fucina (o dalla cucina) dei Libertines. Quelli meno ispirati, però. "She's something": canzoncina-riempitivo, bellina e vuota. "Carve my name": gran bel pezzo, profondo e maliconico, con un guizzo in più poteva diventare un mezzo capolavoro."Run with the boys": il primo singolo. Nel tentativo di piacere a tutti, riesce molto bene a non piacere a nessuno. Al pezzo sicuramente non giova il tono allegrotto e qualche accento scanzonato."The fall": bizzarra composizione con affettazioni melodrammatiche, una specie di Kurt Weill dei poveri. "So long, my lover": declamatoria, abbastanza ben costruita, echi di primo Bowie (quello ancora acerbo), ma niente di che anche se indubbiamente è un pezzo simpatico. "What have I done": pappetta riempitiva malamente scopiazzata dal repertorio più blando dei Roxy Music. "Shadows fall": finalmente uno scatto. Una composizione squisitamente malinconica, brumosa, da vecchio jazz club ubriaco a tarda notte. Tanto di cappello. "Ode to a girl": un papocchio dall'arrangiamento quantomai discutibile, gonfio di non si sa cosa. "Death fires burn at night": incursione nel campo del rock futuribile. Missione: impossibile. "Irony of love": voce, tastiera e qualche effetto. Carl si allontana pensieroso lungo il Tamigi.
Atteso alla prova del fuoco, Carl incespica, barcolla ma non cade. Qualcuna ne dà, tante ne prende ma, come Rocky, non va giù del tutto. Certo che da un artista con ispirazioni preraffaellite, visioni albioniche e sogni turneriani, ci si poteva attendere di più. Forse è un segno che il motore marcia a pieni giri solo quando nel serbatoio metti dentro un pieno di Doherty. Aridatece la coppia.

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