Recensioni / 09 ago 2010

Arcade Fire - THE SUBURBS - la recensione

Recensione di Giuseppe Fabris
THE SUBURBS
Merge (CD)
Pensare al terzo album, con due alle spalle dall'alto speso specifico come “Funeral” e “Neon bible”, dev'essere stato una sfida non da poco. Gli Arcade Fire però sono un gruppo, sì giovane e creativo, ma al contempo compassato e ricco di esperienza come una band più anziana di questa band canadese che, in neanche dieci anni di carriera, ha sfornato abbastanza canzoni da lasciare ai posteri.
Basti pensare a “My body is a cage”, il brano che chiudeva “Neon Bible”, un crescendo “morriconiano” (montato dai fan sulle immagini di “C'era una volta in America” di Sergio Leone) dalle atmosfere ricche di tensione e con un finale esplosivo che lasciava senza fiato: un finale che getta ancora oggi la sua ombra sul terzo capitolo degli Arcade Fire, “The Suburbs”. La formazione guidata da William Butler ha deciso di cambiare nuovamente le carte in gioco proponendo un disco ricco di canzoni (sedici per un'ora di musica) in cui si presentano in una veste più rilassata e divertita (a loro modo, si intende) con molti riferimenti a diverse ere musicali rivisti attraverso il loro stile.
Dobbiamo ammetterlo, l'impressione iniziale, dopo alcuni ascolti, è stata di forte delusione per la quasi totale mancanza di quella tensione che attraversava ogni brano della formazione canadese: un'urgenza di espressione che dava al sound quella grinta che si metteva in contrasto con la loro vena malinconica. Con l'andare degli ascolti però non si può che rimanere coinvolti dagli episodi migliori di “The suburbs”, a partire dalla titletrack, una dolce ballata con un ritornello che resta impresso in testa.
La seguente “Ready to start” ci riporta le cavalcate tipiche degli Arcade, ma che non aggiunge nulla a quanto già mostrato in passato, come in “Modern man” che sembra poter esplodere in un finale ricco di pathos, ma si dilegua senza lasciare traccia.
“Rococo” ci solleva con una delle migliori canzoni scritte da Butler, un rock cupo e barocco, ma non inutilmente sfarzoso con un bell'arrangiamento d'archi che ritroviamo anche nella seguente “Empty room” che dà una sferzata con la sua carica.
“City with no children” e “Suburban war” stupiscono con i loro rimandi al rock Seventies, mentre le due “Half light” provocano emozioni contrastanti: la prima eterea, ma dimenticabile, la seconda frizzante e con un gusto pop raffinato che propone la band in un'inedita veste elettronica leggermente influenzata dagli anni '80, come accade anche in "Sprawl II (Mountains beyond mountains)".
Butler mostra il suo lato punk in "Month of may" prima di imbracciare nuovamente la chitarra acustica per portarci verso un finale che ci lascia ancora più confusi. Sicuramente “The suburbs” non è un brutto album, ma allo stesso tempo si pone al di sotto dei due precedenti lavori degli Arcade Fire per vari motivi: l'estrema lunghezza, un sound estremamente disomogeneo e brani assai poco convincenti che aumentano la sensazione di incompiutezza di un disco che avrebbe potuto essere più conciso e incisivo.