Recensioni / 02 ago 2010

Tom Jones - PRAISE & BLAME - la recensione

PRAISE & BLAME
Island (CD)
Un gustoso aneddoto vuole che, ascoltando per la prima volta il nuovo album di Tom Jones, strappato a peso d’oro alla concorrenza, il vice president della Island David Sharpe si sia infuriato, maledicendo la pop star e soprattutto i suoi sottoposti che gli hanno permesso di fare un disco così. Voleva una nuova “Sex bomb”, il discografico rampante, e s’è trovato tra le mani un breviario di inni e preghiere; aveva speso un sacco di soldi per comprarsi una sfavillante Mercedes – così scrive in una mail che ha fatto il giro del mondo – per vedersi recapitare al suo posto “un carro funebre”. Il classico discografico alla ricerca del prodotto seriale. Certo è che “Praise & blame” è uno shock, per chi è abituato alle rutilanti imprese del gallese di ferro, settant’anni e non sentirli anche se ora sfoggia senza vergogna capelli bianchi spettinati e s’è fatto crescere un pensoso pizzetto da predicatore. Un disco di roots gospel corretto al blues e al rock’n’roll anni ‘50, inciso negli studi di Peter Gabriel tra le verdi colline di Bath quando giureresti che sia nato tra le volte di una chiesa pentecostale del Sud degli Stati Uniti. Però funziona, risulta credibile, ed è un gran disco: dalle interviste che ha rilasciato nelle ultime settimane, si viene a sapere che i traditionals e gli antichi standard selezionati per la scaletta il buon Tom li cantava da adolescente al pub sotto casa, nella cappella presbiteriana in cui si recava ogni domenica pomeriggio e più avanti, da artista ormai affermato, nella suite del Re in persona, Elvis Presley , dopo il suo ritorno sulle scene a Las Vegas. Sarà per questo che sembra assolutamente spontaneo, perfettamente a suo agio nella parte: certo più di quando, anni fa, cercò di replicare il successo di “Reload” scegliendosi come improbabile alter ego Wyclef Jean (il pubblico sentì puzza di artificio e quel disco, “Mr. Jones”, fu un mezzo flop commerciale). C’è che con settanta primavere sulle spalle anche l’inossidabile rubacuori ha diritto di ripiegare un po’ su se stesso e di dedicarsi a riflessioni spirituali sulle fiamme dell’inferno e il regno dei cieli, e lode sia al produttore Ethan Jones (Kings Of Leon, Rufus Wainwright, Ray LaMontagne e tanti altri) che gli ha cucito addosso suoni ruvidi, scabri, riverberati da Sun e Chess anni ’50, coinvolgendo nell’avventura un plotone di musicisti coi fiocchi (alla house band si affiancano Benmont Tench e Booker T. Jones alle tastiere, Henry Spinetti alla batteria, BJ Cole alla lap steel, Augie Meyers alla fisarmonica, Gillian Welch e David Rawlings): toccherà includerlo d’ufficio nella lista dei produttori di serie A a fianco di Daniel Lanois, T-Bone Burnett, Joe Henry, Rick Rubin. Evocato da molti (Jones compreso), quest’ultimo, per tracciare un parallelo con le “American Recordings” di Johnny Cash che vale solo fino a un certo punto: in quelle ultime memorabili registrazioni il Man in Black era un uomo sofferente e al crepuscolo, che si caricava in spalla un vissuto epico e drammatico che a Jones è estraneo. Tom le rughe le ha nascoste sotto i lifting, i muscoli sono ancora da macho e l’ugola è sempre d’acciaio (pare abbiano dovuto tenerlo a debita distanza dai microfoni, in studio), carica di spavalderia e di testosterone. Però s’è applicato, eccome, e umilmente ha tenuto a bada tonsille e corde vocali quando non era il caso di farle vibrare a tutta. E’ così che si presenta, calmo e concentrato sul registro più basso, in “What good am I”, primo pezzo del disco che rilegge solennemente il Bob Dylan di “Oh mercy” accompagnato da una chitarra acustica, un tribale tamburo nativoamericano e tastiere tremolanti. “Lord help” di Jesse Mae Hemphill, pioniera del country blues elettrico del Nord Mississippi, scatena subito dopo un contrasto violento, facendosi graffiare dai timbri saturi di una chitarra elettrica sguaiata. Qui, e nella ossessiva “Burning hell” di John Lee Hooker, scelta coraggiosamente come singolo di lancio (non da mr. Sharpe, immagino) la voce di Tom torna a essere un rombo di tuono ed è come se ad accompagnarlo ci fossero i White Stripes, stesso approccio selvaggio e insieme riverente al blues. Ci sono anche pezzi più contemporanei, sempre a tema religioso: “Did trouble me” di Susan Werner, cantautrice folk dello Iowa, avvolge in un crescendo di harmonium, basso, banjo, batteria, archi e cori gospel, mentre con i suoi accenti country “If I give my soul” dell’outlaw texano Billy Joe Shaver è la più cashiana del lotto. Ma è soprattutto con il repertorio storico e tradizionale che Jones si sporca le mani di terra e si lava in acque purificatrici: “Strange things” della leggendaria Sister Rosetta Tharpe è un elettrico rockabilly a fili scoperti, con un piano barrelhouse più consono a un bordello che a una chiesa. Gli Staple Singers di “Don’t knock” (ripresa dalla stessa Mavis Staples per il suo nuovo disco prodotto da Jeff Tweedy dei Wilco) diventano il pretesto per una sfuriata gospel punk. La celebre “Nobodys’ fault but mine” dimentica i riff di Jimmy Page, gli ululati di Robert Plant e le reinvenzioni zeppeliniane per tornare alle mugugnanti litanie di Blind Willie Johnson. “Ain’t no grave” è solenne e magnetica, con un’altra spruzzata di country&western, “Didn’t it rain” è puro distillato di Memphis sound tra gospel ed Elvis. “Run on”, racconta Jones nelle interviste, è proprio il pezzo che ha imparato da lui durante le frequentazioni a Las Vegas; per non farne un inutile duplicato, l’ha qui trasformata in un torrido boogie alla Canned Heat. Le ho citate tutte, mi accorgo, perché questo è un disco “all killers, no fillers”, tutti pezzi forti e nessun riempitivo. Sembra pure che sia partito in tromba in classifica, e sarà interessante vedere se diventerà un disco “di catalogo”. E Mr. Sharpe? O è un genio del marketing, o ha preso una topica clamorosa. Basta non vada poi a pavoneggiarsi in giro dicendo che l'aveva detto, lui...




(Alfredo Marziano)