«CRYSTAL CASTLES (2010) - Crystal Castles» la recensione di Rockol

Crystal Castles - CRYSTAL CASTLES (2010) - la recensione

Recensione del 14 mag 2010 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Il loro nome è uno dei più presenti sulle bocche dei giovani amanti del panorama electro-indie. Vuoi per un eponimo album d'esordio dal discreto successo, vuoi per le infuocate e trasgressive performance dal vivo. Signore e signori, ecco a voi i Crystal Castles, un duo di Toronto (Canada) composto dal produttore Ethan Kath e dalla giovane Alice Glass, 21enne dal passato tormentato (a 14 anni è fuggita di casa per vivere in uno squat con punk e tossici): i due si conobbero ad un concerto dell'allora 15enne Alice dove Ethan rimase folgorato dalla carica e dalla voce della fanciulla e pensò fosse l'ingrediente mancante alla sua ricetta musicale.
Carica e spregiudicatezza che la Glass sembra non aver assolutamente perso con il passare degli anni, dato che, come si accennava sopra, i live set dei Crystal Castles sono sempre molto “agitati” con la ragazza (che in alcune movenze ricorda un po' la prima Peaches) che si butta ogni cinque minuti sul pubblico (che spesso ne approfitta per verificare la tonicità del suo corpo) e ne combina di tutti i colori: basti dire che a Glastonbury, nel 2008, la loro performance è stata accorciata dopo che Alice ha scalato una torre del palco e si è fatta ingoiare per troppe volte dal pubblico.
Eccoci ora a parlare del secondo album, intitolato esattamente come il primo, ovvero “Crystal Castles”. Realizzato tra un garage abbandonato di Detroit, una chiesa in Islanda, uno studio londinese e nel natìo Ontario, il nuovo capitolo discografico dei CC si presenta con diverse anime: una punk e chiassosa, l'altra più da club, un'altra ancora quasi pop. E non si può negare che il gioco funzioni, anche se forse quattordici brani per un disco del genere sono un po' troppi.
L'iniziale “Fainting speels”, “Doe deer” e la conclusiva “I am made of chalk” simboleggiano al meglio la parte più chiassosa e sperimentale dei Crystal: ritmi veloci e sincopati, velocità al limite del punk e la voce di Alice che urla parole quasi incomprensibili per le prime due, rumori assurdi per l'ultima.
Il primo singolo “Celestica” è elettronica con sfumature pop che ricordano i Royksopp (“presenti” anche nell'ottima “Suffocation”), miscela che si ripete anche in episodi riusciti come la tranquilla “Emphathy” e “Pap smear” e nella un po' meno azzeccata “Not in love” (troppe influenze anni Ottanta). E poi c'è l'elettronica da dancefloor, da club, forse la parte più interessante: “Baptism” con il suo ritmo ossessivo spezzato dalla violenta voce campionata di Alice, l'oscurità quasi industrial di “Year of silence” (con un sample di “Inni mèr syngur vitleysingur” dei Sigur Ròs), la cavalcata electro-pop di “Intimate” e la fantastica “Vietnam”, un incontro perfetto tra minimal-techno e voci campionate.
Insomma, il secondo “Crystal Castles” è un lavoro che cresce con gli ascolti, un disco difficile da decifrare (ma questo era forse uno degli obbiettivi del duo), ma sicuramente di qualità e immagine: da urlare, ballare e sentire in radio. La scatenata Alice è la sensuale ciliegina su una cibernetica e pasticciata torta.

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