«MONDO CANE - Mike Patton» la recensione di Rockol

Mike Patton - MONDO CANE - la recensione

Recensione del 29 apr 2010 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Oggi suona strano, eppure c’è stato un periodo in cui non era così infrequente sentire canzoni italiane cantate in italiano da interpreti stranieri. Françoise Hardy, Catherine Spaak, Sylvie Vartan, negli anni Sessanta-Settanta, hanno spesso ingentilito testi nati nella nostra lingua con il loro morbido accento “franscese”; dal 1964, il Festival di Sanremo aprì la doppia esecuzione anche a cantanti stranieri, ed è lunghissimo l’elenco di quelli che, dal Salone delle Feste del Casinò (sede del Festival fino al 1977) hanno faticato per rendere comprensibili testi italiani cantandoli con il loro accento natìo (un elenco incompleto: Paul Anka, Gene Pitney, Frankie Laine, Peter Kraus, Udo Jurgens, Kiki Dee, Connie Francis, Petula Clark, Dusty Springfield, Yukari Ito, Les Surfs, Timi Yuro, Pat Boone, gli Yardbirds, P.J. Proby, The Bachelors, Antoine, Connie Francis, Marianne Faithfull, Dionne Warwick, Sonny & Cher, gli Hollies, Los Bravos, Wilson Pickett, Bobbie Gentry, Roberto Carlos, Yoko Kishi, Eartha Kitt, Shirley Bassey, Sacha Distel, Mary Hopkin, Brenton Wood, persino Stevie Wonder - nel 1969, cantava “Se tu ragazza mia”...; e, fuori da Sanremo, Joan Baez cantava in concerto “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” di Mauro Lusini - Gianni Morandi).
Erano gli anni in cui i Rolling Stones incidevano in italiano “As tears go by” (“Con le mie lacrime”, 1966), i Four Tops incidevano in italiano “Reach out I’ll be there” (“Gira gira”, 1967), Stevie Wonder incideva in italiano “A place in the sun” (“Il sole è di tutti”, 1968) e i Procol Harum incidevano in italiano “Shine on brighthly” (“Il tuo diamante”, ancora 1968), e David Bowie incideva in italiano “Space oddity” (“Ragazzo solo, ragazza sola”) e Johnny Hallyday e Georges Moustaki incidevano in italiano, entrambi su testo di Bruno Lauzi, rispettivamente “Que je t’aime” (“Quanto t’amo) e “Le métèque” (“Lo straniero”): tutte nel 1969.
Poi sono cambiate un bel po’ di cose. Il mercato discografico italiano è diventato sempre meno importante, e dall’Italia non sono quasi più uscite canzoni di successo internazionale. Anche chi in Italia aveva un successo enorme (Lucio Battisti) non ce l’ha fatta a farsi conoscere all’estero, nemmeno cantando in inglese (un inglese un po’ improbabile, nel caso del Battisti di “Images”). E in giro per il mondo di canzoni cantate in italiano non se ne sono quasi più sentite. Qualche caso sporadico - ancora David Bowie e la sua versione di “Volare (Nel blu dipinto di blu)” nella colonna sonora di “Absolute beginners”, 1986 - non è certo stato sufficiente a fare tendenza. E se guardiamo a quello che si è sentito in casa nostra, dobbiamo arrivare, se non mi sono perso qualcosa per strada, all’ “E' un mondo difficile è vita intensa felicità a momenti e futuro incerto”, frase in italiano inclusa nel testo in spagnolo di “Me cago en el amor” di Tonino Carotone, circa 2006. In assoluta controtendenza arriva dunque questo progetto discografico di Mike Patton - un signore del quale, confesso, sapevo poco prima che mi proponessero di scrivere di questo suo disco.
Come mi ha spiegato il collega Gianni Sibilla - che mi ha proposto di recensire il disco - Patton è noto soprattutto come voce dei Faith No More, che si sono recentemente riformati; ma le sue frequentazioni musicali sono assai più varie del rock, e spaziano fino all'avanguardia - ha collaborato spesso con John Zorn; ha pure frequentazioni italiane, visto che è stato sposato per 7 anni con una nostra connazionale.
Ecco, adesso ne sapete di più anche voi. Di mio, io posso aggiungere che già nel secondo album dei Mr Bungle, “Disco volante”, Patton aveva incluso e cantato in italiano “Violenza domestica” (dice il sito Debaser: “E allora diventa possibile anche un gioiello inqualificabile come l’operetta drammatica tutta italiana di “Violenza Domestica”, aperta eloquentemente dal rumore di qualcuno che affila i coltelli. Mike Patton si cala perfettamente e con voluto effetto tragicomico nella parte di un guitto del sud italico, in un crescendo cinematografico di disperazione, pathos, tango e mambo con esclamazioni ridicole come quella finale ‘La tua lingua è miaaaa!’). E che dal vivo Patton usa proporre una rivisitazione di “24mila baci” di Adriano Celentano.
In “Mondo cane” - il titolo cita quello dell’omonimo film-documentario di Jacopetti e Prosperi del 1962, “sulle stranezze ed atrocità commesse nel mondo” - Patton ripropone undici canzoni italiane (sono in effetti dieci, come dirò poi) cantandole in italiano: registrate dal vivo in diversi spettacoli, sono state poi post-prodotte in studio, anche con l’impiego di un’orchestra di trenta elementi. Interessante, benché (o forse proprio perché) eterogenea la selezione: si va da grandi classici come “Il cielo in una stanza” e “Senza fine” di Gino Paoli a piccole perle da crooner ironico (“Che notte!” di Fred Buscaglione e “20 km al giorno” di Nicola Arigliano), da classici della canzone napoletana (“Scalinatella” di Bonagura-Cioffi) a successi “minori” come “L’uomo che non sapeva amare” di Nico Fidenco. “Ore d’amore”, in effetti, non è una canzone italiana: è la versione, con testo italiano di Franco Migliacci, di “The world we knew” di Frank Sinatra, che è stata incisa da Fred Bongusto nel 1968. Le riscoperte curiose sono curiose davvero: “Ti offro da bere” è una canzone di Gianni Meccia che Gianni Morandi aveva incluso nel suo secondo album, “Ritratto di Gianni”, nel 1964; “Quello che conta” è una canzone con testo del regista Luciano Salce su musica di Ennio Morricone, che Luigi Tenco cantava nella colonna sonora del film “La cuccagna” (1962) del quale era anche interprete; “L’urlo negro” (1967) è un beat quasi punk dei Blackmen, gruppo italiano (romagnolo, per la precisione) del quale non si ricordano altri episodi degni di nota; mentre “Deep down”, di Ennio Morricone, è una canzone tratta dalla colonna sonora di “Diabolik”, mitico film di Mario Bava del 1968 (dove era cantata da Christy - di cognome Brancucci, assai più nota per aver cantato “Amore amore amore amore” di Sordi-Piccioni, nella colonna sonora del film “Fumo di Londra”).
Evidentemente Patton è un vero conoscitore - oppure è molto ben consigliato: del resto, basta guardare le altre canzoni nella scaletta del suo spettacolo, quelle che non sono state include nel disco, per averne conferma (“Canzone” di Don Backy, “Dio, come ti amo!” e “Sole malato” di Domenico Modugno, “Pinne, fucile ed occhiali” di Edoardo Vianello, “Lontano, lontano” di Luigi Tenco, “Ma l’amore no” (Alida Valli nel 1943, Riki Maiocchi nel 1967), “Storia d’amore” di Adriano Celentano, “Una sigaretta” di Fred Buscaglione, “Yeeeeh!” di Mal e i Primitives - con testo di Luigi Tenco, lo sapevate?).
Il disco, dunque: un’esperienza d’ascolto piacevole, perché è ben suonato (c’è anche la tromba di Roy Paci) e ben interpretato. Certo, a volte la pronuncia di Patton suscita un sorriso: è assai bene intenzionata, ma, insomma, l’effetto british si sente (versante Mal, non versante Shel). Certo è che su tutto prevale l’effetto sorpresa: ma alcune di queste - lo dico con rispetto - “cover” sono indubbiamente gustose, certamente più originali e coraggiose di omologhe cover di artisti italiani, e solleticano l’acquolina per l’annunciato DVD, filmato dal vivo a Amsterdam, nel quale ci dovrebbe essere la scaletta completa del concerto.

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