«THE OPEN ROAD - John Hiatt» la recensione di Rockol

John Hiatt - THE OPEN ROAD - la recensione

Recensione del 02 mar 2010

La recensione

Il termometro di casa Hiatt segna tempo stabile, guardate la foto di copertina e proverete una sensazione di familiarità: John solitario e riflessivo a passeggio su un prato, sullo sfondo nient’altro che un albero spoglio. Un’immagine da classico loner, insomma, a ribadire una posizione sempre più defilata sul mercato e un attaccamento sempre più forte alle radici, al grande paesaggio naturale americano e alla tradizione. Più roots e tradizionale di così, in effetti, il suo nuovo “The open road” non potrebbe essere, e a dirla tutta “nuovo” non è proprio l’aggettivo giusto per definire questa collezione di undici canzoni. Un album cocciutamente fedele a una filosofia e a un metodo classico di artigianato cantautorale che, come il precedente ”Same old man”, separerà nettamente il gruzzolo dei fan dal pubblico mainstream in altre faccende affaccendato. I ferri del mestiere che usa in bottega, un home studio che ha simbolicamente battezzato Highway 61, sono sempre gli stessi: un basso, una batteria e un paio di chitarre, elettriche e acustiche (lo accompagna qui la sua touring band composta da Doug Lancio, Patrick O’Hearn e Kenny Blevins). E quasi identico è l’immaginario reale e simbolico in cui ama immergersi, campi di grano e colline del Kentucky, ferrovie e automobili. Una volta a bordo, il cinquantasettenne Hiatt manovra lo specchietto retrovisore per guardarsi indietro (parole sue), ma intanto pigia a fondo sul pedale del garage rock con un suono elettrico, spiccio e tagliente. Ed è subito “blue collar rock”, con il riff di quella title track che ricorda Bruce Springsteen e John Mellencamp quando avevano ventincinque anni di meno: Hiatt ha avuto una cotta giovanile per la new wave e per Elvis Costello, ma quella è la sua generazione e quella la sua provenienza, piccole storie di provincia e camicioni a quadri con le maniche rimboccate. Da vecchio ragazzo rock’n’roll, ricorda con nostalgia i rombanti anni Cinquanta, il rockabilly di Carl Perkins e di Eddie Cochran corretti John Fogerty/ Creedence Clearwater Revival (“Haulin’”, che già nel titolo evoca altri viaggi, altre fatiche). E il blues e il country sono ancora le bussole che gli orientano il cammino: ecco “My baby”, primitiva, elettrica e spudoratamente chicagoana, con Muddy Waters e B.B. King che alitano fiato caldo sul collo. Ecco soprattutto “Like a freight train”, presentata sul palco del Conservatorio di Milano in occasione dello splendido concerto di qualche settimana fa in coppia con Lyle Lovett: un piccolo momento magico, quasi sei minuti di downhome blues torrido come un binario arroventato, con una bella chitarra slide, una ipnotica coda strumentale e un mood alla “Love in vain” versione Rolling Stones. Slide e glissando cullano anche la dondolante “Fireball Roberts”, dove l’atmosfera si fa più rustica e rurale, e belle ballate come “Movin’ on”. Poi, nel western di frontiera di “Homeland” (i titoli sono tutto un programma), la sei corde di Lancio diventa twangin’ come quella di Duane Eddy, e in “Wonder of love” sfiora fraseggi Southern soul alla Steve Cropper: è una specie di “Have a little faith in me” chitarristica, quest’ultima, anche se meno intensa e meno riuscita. L’autocitazionismo è d’obbligo, dopo tanti anni on the road e non meno di diciotto album di studio sul groppone. E allora è inevitabile che l’andamento strascicato e sincopato di “What kind of man” faccia venire in mente “Thing called love” o “Memphis in the meantime” perché a 23 anni di distanza “Bring the family” resta l’ineludibile pietra di paragone. Ovvio, “The open road” non ha la forza, la tigna o la fresca ispirazione di quel classico. Però il nostro ha nella voce – una voce ghiaiosa e bituminosa da soulman bianco, una voce agre e stagionata come un bourbon invecchiato in botti di rovere, una voce ancora agile nel saltare dal falsetto al registro grave – una marcia in più, e la sua abilità nel lavorare di scalpello con le storie e con le parole si è col tempo affinata, rendendo “stile” quel che a un ascolto superficiale si sarebbe tentati di bollare come ripetività. Sarebbe bello vederlo convivere in studio con un bravo produttore (T-Bone Burnett, Joe Henry?) o con un alter ego com’è Lovett in concerto, ma accontentiamoci: Hiatt gioca ancora nella serie A, posizioni di medio-alta classifica, del cantautorato americano.



(Alfredo Marziano)
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