«LHASA - Lhasa De Sela» la recensione di Rockol

Lhasa De Sela - LHASA - la recensione

Recensione del 04 feb 2010 a cura di Luca Bernini

La recensione

Non ha avuto in sorte la possibilità di pubblicare molti album, Lhasa de Sela. La sua prematura scomparsa, avvenuta il primo gennaio 2010, costringe a guardare l’appena uscito "Lhasa", che è il suo terzo lavoro, come il suo testamento musicale. Colpa di un male cattivo e instancabile, che ha avuto la meglio su di lei dopo una lotta durata quasi due anni, nel corso dei quali brutte e belle notizie si sono susseguite e a tratti accavallate: come quella dell’idea di un lavoro dedicato alle canzoni di Violeta Parra e Victor Jara, ad esempio, o quella del massimo tour internazionale che avrebbe dovuto presentare in tutto il mondo quanto è contenuto in LHASA, inframmezzate da puntuali e dispiaciuti rinvii a data da destinare. Non ci sarà niente di tutto questo, adesso, e del resto un lavoro intimo e felice come questo suo ultimo sembra chiedere un momento di pausa, di riflessione, di testimonianza interiore. Terzo capitolo di una discografia affascinante, che segue un debutto particolare come “La Llorona”, un album in spagnolo in cui brani tradizionali del Sud America si alternavano a composizioni originali lasciando trapelare influenze alt-rock, gitane orientali e messicane, e un secondo album, “The living road”, in cui compaiono canzoni in francese e in inglese accanto a brani in spagnolo, LHASA è stato registrato presso lo studio Hotel 2 Tango di Montreal (città nella quale Lhasa viveva) tra il dicembre del 2007 e il novembre del 2008, in un mood quieto e “verticale”: strumentazione essenzialmente acustica, minimale, la voce di Lhasa (che ha scritto quasi tutti i brani) a scolpire parole e melodie semplici, quasi gospel, nella loro sostanza, confessionali. Del resto Lhasa De Sela è sempre stata così: frontale, appassionata nell’approccio, ma cristallina e quasi fragile nella resa, impreziosita da una semplicità che tralascia gli orpelli per parlare direttamente al cuore. Folk-blues? Forse potremmo definirla così. Di certo LHASA è un disco che vi proietterà direttamente all’interno delle sessions di studio, in compagnia della band e della sua ispirata leader, come se foste all’interno di un locale, per fare spazio ad una musica che tutto avvolge e tutto trascina verso un eterno stato di danza, come suggeriscono le immagini dell’artwork contenute all’interno del booklet (ma già che oggi, in tempi di Itunes, queste sono complicazioni che non si usano più), che mostrano il volteggiare in pista di coppie dal corpo di uomo e la testa di animale. Un album che abbatte le barriere tra chi ascolta e l’ineffabile grazia della musica, l’ultimo dono di un’artista coraggiosa e sfortunata, che viveva la propria arte, e la vita, come una magica avventura.

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