«VEXATIONS - Get Well Soon» la recensione di Rockol

Get Well Soon - VEXATIONS - la recensione

Recensione del 03 feb 2010 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Il disco si apre con una voce di donna: “Era una mattina di primavera, luminosa e splendida, quando mi addentrai nella foresta per raccogliere legna da ardere…”. Entrano gli archi e attacca la melodia di una fiaba nostalgica ipoteticamente diretta dall’Aronofsky di The Fountain e musicata dal Kronos Quartet. Questo è l’incipit di “Vexations”, seconda prova di Konstantin Gropper, polistrumentista tedesco classe 1982 meglio noto come Get Well Soon. Sono passati due anni dall’esordio, quel “Rest Now, Weary Head! You Will Get Well Soon” che tanto ci era piaciuto e che aveva visto nascere un piccolo talento in crescita nel giardino indipendente. Alla tenera età di sei anni Gropper era uno che suonava il violoncello, a quattordici aveva già fondato una band tutta sua. Oggi che di anni ne ha ventotto il tempo è maturo per la musica “da grande”, quella che fa riferimento ai maestri del passato in un periodo in cui il folk ha ritrovato nell’indie un terreno fertile di conquista. Ballate barocche arrangiate alla perfezione con archi e fiati che incontrano un sottobosco di elettronica ben radicata in un’educazione melodica tradizionale. Vexations è tutto questo e forse ancora qualcosa di più. E’ l’esuberanza di “Seneca’s Silence” che cresce emotivamente fino ad esplodere in “We are free”, inno epico di una semplicità disarmante, arricchito da una voce sempre più simile ai toni crepuscolari di un giovane Damon Albarn ispirato. “Red nose day” è sinonimo di quiete lirica, rapimento romantico. Una gran bella prova, niente da dire. Le idee sono tante e sembrano cercare in tutti i modi di emergere con sempre nuove soluzioni sonore. L’imprescindibile presenza dei fiati rende il tutto gustosamente nostalgico, un po’ il modo di fare di Beirut, altro talentuoso giovane in costante crescita e con cui Gropper condivide l’incedere triste di “5 steps - 7 words”. Si passa poi al lato b dell’album dopo lo spartiacque etero “We are still…” e si parte subito con uno dei pezzi in assoluto meglio riusciti. “A voice in the Louvre” è il punto più alto raggiunto da Gropper, un grido disperato di aiuto, affascinante, profondo e intenso. Il tono sommesso di Vexations non concede tregua nemmeno negli episodi seguenti, su tutti “Werner Herzog get shot”, mentre il finale permette di rialzare la testa verso un’alba insperata dopo la discesa vorticosa nel cuore di questa favola notturna raccontata sottovoce. “Angry young man” riscalda gli animi prima del finale elegiaco di “We are the roman empire” con cui Gropper ringrazia mestamente e prende congedo talmente bene che solo i Radiohead probabilmente sanno fare meglio. Passato il “magone” ci si può riprendere per trarre le debite conclusioni. Il nostro piccolo Thom Yorke “indie folk” ha messo in piedi un gran bel disco per cui bisogna essere senza dubbio riconoscenti, ma che risente inevitabilmente della lunga durata. E’ il prezzo da pagare quando si hanno tante cose da dire e ancora poca esperienza per sintetizzarle. Dettagli.

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