«TONY HADLEY - Tony Hadley» la recensione di Rockol

Tony Hadley - TONY HADLEY - la recensione

Recensione del 11 mar 1998

La recensione

Tony Hadley sarebbe il testimonial ideale di qualche linea di profumi tipo ‘i coloniali’, e forse lo sa, almeno a giudicare dall’accanimento con cui, tanto con gli Spandau Ballet quanto più di recente da solo, si lascia riprendere e fotografare in località esotiche, per lo più asiatiche o africane. Di fatto è la sua corporatura e la sua faccia a condannarlo nel ruolo dell’eterno straniero nei posti, finendo per incarnare perfettamente il ruolo dell’inglese perfetto nel posto sbagliato. E sì che sono in pochi a potersi permettere di farsi fotografare sulla copertina di un disco intenti a fare una passeggiata tra le dune di un deserto senza sembrare dei perfetti idioti, e lui è uno di quei pochi. Te lo vedi lì, nel deserto, e ti sembra tutto normale, come se ci fosse l’albergo appena dietro l’angolo: poi invece ti ci metti tu al suo posto e ti immagini quanto ti sentiresti idiota a fare la stessa cosa. Mah...comunque siamo qui per altri motivi, perdonatemi la divagazione: arriva nei negozi il nuovo album solista di Tony Hadley ed è un disco in cui, almeno dal punto di vista del progetto, non si è badato a spese. L’idea è semplice: sei un discografico, firmi Tony Hadley (che in questo periodo viene via con poco) e sai di aver preso uno con una bella voce, un’immagine da riposizionare e dalle qualità compositive da verificare (negli Spandau scriveva tutto Gary Kemp). Indi per cui capisci che la cosa migliore da fare è scegliere delle belle canzoni e famose, cioè delle cover, che diano a Tony la possibilità di cantare e di aprire la voce nel suo caratteristico stile, mettendo in mostra ardore e convinzione tutti ‘coloniali’, per l’appunto. E così è. L’esperimento funziona perché le canzoni sono ben scelte e non badano a facili sentimentalismi, neanche quando Hadley ripropone "Save a Prayer" dei Duran Duran accompagnato nei cori da Simon Le Bon (che, per chi è memore della rivalità presunta tra i due gruppi bakc in the ’80, è un po’ come vedere Zeman allenare la Lazio e poi passare repentinamente alla Roma. Appunto...).

Altra cover efficace è quella di "Slave to love" di Brian Ferry, protodandy dei Roxy Music che tanta influenza esercitò sul modello stilistico di Hadley e degli altri new romantics, mentre poco efficaci sembrano "She’s gone" di Hall & Oates e "Wonderful Life" di Black. "The first cut is the deepest" ci riporta in odore di Rod Stewart, mentre c’è spazio per una citazione dei Chi-Lites con "Have you seen her". Buone anche le versioni di "Free Fallin’" di Tom Petty ei di "Woman in chains" dei Tears for Fears, questa sì un’altra canzone perfetta per la vocalità potente e drammatica di Hadley. Insomma, un album intelligente, ben fatto, che anche se naturalmente regala poche vere, emozioni, cerca con onestà di valorizzare la voce di uno dei protagonisti di spicco del pop inglese anni ’80.

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