«TAKE YOUR SHOES OFF - Robert Cray» la recensione di Rockol

Robert Cray - TAKE YOUR SHOES OFF - la recensione

Recensione del 28 apr 1999

La recensione

C'è stato un tempo in cui Robert Cray veniva additato come la nuova grande speranza della chitarra blues: ai tempi era ancora vivo the late Steve Ray Vaughan e sembrava che con loro due in giro il regno già vacillante di Eric Clapton dovesse finalmente crollare. La storia ha deciso diversamente; Clapton si è ripreso e, seppure poco ispirato, ha iniziato a riscuotere successo e miliardi come mai era avvenuto prima, Vaughan non c'è più e Cray si è talmente normalizzato da scomparire a poco a poco dalla scena. A differenza di Jeff Healey, chiuso all'angolo dalla sua stessa incendiaria tecnica, Cray avrebbe avuto anche delle chance come compositore e cantante, soltanto che il suo materiale originale non sembra poi così originale. Ragion per cui siamo arrivati al divorzio artistico con la Mercury e alla conseguente assunzione nel roster di casa Rykodisc, che lo ha accolto nel modo migliore, chiedendogli un album nel quale Cray mettesse in mostra ciò che meglio sa fare, senza patemi d'animo e spiacevoli questioni di business. Detto fatto: accompagnato dalla produzione di Steve Jordan (Keith Richards, Neville Brothers, Aretha Franklin), dai Memphis Horns di Wayne Jackson e Andrew Love, Cray si è recato a Nashville per registrarvi un album che fosse in qualche modo un tributo al soul della Stax e della Hi, leggendarie etichette che pubblicarono i lavori di Al Green, Ann Pebbles, Otis Clay, Aretha Franklin. Anche la scelta del materiale si rivela appropriata, visto che "24-7 man" porta la firma di Mack Rice (autore di "Mustang Sally", cavallo di battaglia di Wilson Pickett), "Won't you give him (one more chance)" quella altrettanto autorevole di Solomon Burke, e il blues di "Tollin' bells" è firmato addirittura da Willie Dixon. Buono anche qualche brano firmato da Cray, come nel caso di "That wasn't me", "Pardon" (alquanto simile nel bridge a "My girl" dei Temptations) e "What about me". Fin qui tutto bene, ma nonostante questo bagno di ispirazione TAKE YOUR SHOES OFF non è un album totalmente riuscito: che Cray e la sua band rispettino la lezione dei maestri è cosa che merita la massima considerazione, che l'album risulti delicato e appropriato negli arrangiamenti, quasi un tentativo di low-profile che vuole invece mettere in luce le canzoni, non ci libera dall'impressione che in realtà il risultato poco personale rispecchi la poca personalità dell'artista. TAKE YOUR SHOES OFF muove spesso e volentieri la memoria verso territori, nomi e momenti passati di questa musica, fa tornare voglia di ripescare un album di Sam Cooke o di Otis Redding, e addirittura di riascoltare i torridi primi dischi di Cray, ma di fatto non promuove l'immagine del bluesman più di quanto avrebbe potuto fare un suo album 'normale'. Certo, l'ambientazione è suggestiva, e il taglio pure: però mancano il genio e l'originalità, e a tratti trionfa il mestiere. Da grandi fans di Robert Cray speriamo di essere contraddetti dai fatti, ma questo album non sembra destinato a risollevarne le quotazioni.

TRACKLIST

02. That wasn't me
04. There's nothing wrong
06. Pardon
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