«SENZA FINE - Gino Paoli» la recensione di Rockol

Gino Paoli - SENZA FINE - la recensione

Recensione del 09 dic 2009 a cura di Luca Bernini

La recensione

Che Gino Paoli sia ormai diventato un artista da compilazioni sono i fatti a dimostrarlo: ed è un peccato, perché l’artista di Monfalcone è un archetipo della nostra canzone d’autore, e come tale andrebbe tutelato, quantomeno tenendone vivo e disponibile il catalogo (parliamo di una trentina di album, di cui oltre venti di inediti di studio, senza contare le innumerevoli antologie). E invece, poco più che qualche copia dell’ultimo album e svariate antologie sono a disposizione di chi andasse a cercarlo in negozio, mentre chi visitasse ITunes troverebbe solo cinque dei vecchi titoli disponibili, oltre a un mare di antologie (e sì che rendere disponibile un album in digitale ha costi praticamente nulli, rispetto al negozio). E’ per questo motivo che “Senza fine”, doppia raccolta pubblicata a soli tre anni di distanza dall’omnicomprensiva e tripla “Canzoni da ricordare”, per celebrare i 50 anni di matrimonio con il palcoscenico, offre almeno un motivo di interesse e uno spunto di riflessione: il primo è rappresentato dalla sua scaletta controtendenza, perché mescola tredici brani scelti personalmente dall’autore, e registrati di nuovo per l’occasione, con altri ventuno scelti invece dalla casa discografica e anch’essi poco inclini ad andare sul sicuro. Risultato, una raccolta di “successi non successi”, che apre le porte a brani non propriamente famosi ma ai quali Paoli è rimasto, nonostante tutto, affezionato, al punto da voler dare loro una nuova chance: scorrono così “Il mio mestiere”, “Io vado con l’anima”, “Perdono”, “Da parte di lei”, “Grazie”, “In un caffè”, “Prima di vederti”, “Una di quelle”, “Anche se”, “Basta chiudere gli occhi”, “67 parole d’amore”, “E’ facile amarti” (di queste solo quattro sono presenti in “Canzoni da ricordare”, tanto per intenderci) per chiudere con “Il cielo in una stanza” interpretata in coppia con Carla Bruni. Le scelte della casa discografica integrano questo differente approccio portando su cd altri brani del passato poco frequentati: è il caso di “Per una storia”, “Amori dispari”, “La ragazza senza nome”, “Il nome”, “Volevo averti per me”, “Me in tutto il mondo”, “L’autostrada”, “Noi che non ci siamo accorti”, “L’uomo scimmia”, “I gatti si difendono così”, “Il buco” e “Il giro del mondo”, così che questa raccolta per due terzi sia frequentata da brani altrimenti di ardua reperibilità. Certo, non mancano poi i grandi classici (“Sassi”, “Senza fine”, “La gatta”, “Il cielo in una stanza”, “Una lunga storia d’amore”, “Quattro amici”), ma la loro presenza alla fine si avverte appena, persi come sono nel mare magnum dei brani meno famosi. “Senza fine” offre così uno spaccato sulla produzione di Gino Paoli affiancando figli maggiori a figli minori – le differenze di livello a volte si percepiscono – proprio appoggiandosi sull’assunto che, per un padre (quale è Paoli), le figlie/canzoni sono tutti uguali, anzi si fa un po’ il tifo proprio per quelle che hanno ricevuto meno attenzioni. Sul fronte più prettamente musicale, invece, se la voce di Paoli negli anni ha acquistato ancor più spessore e fascino, non altrettanto si può dire per gli arrangiamenti, ben realizzati e suonati impeccabilmente, ma a volte perfino leziosi rispetto all’essenzialità che reclamerebbero le canzoni che vestono. Un motivo di riflessione è invece offerto dal dvd che è parte integrante di questo pacchetto e che, oltre a contenere l’audio originale del primo album di Paoli (1961), nel quale spiccano arrangiamenti di tutt’altro tenore e originalità, propone un documentario di un’oretta scarsa intitolato “Senza fine” e curato dalla Vision&Design Tv, una casa di produzione indipendente con sedi a Washington, Gerusalemme, Londra e Belgrado: proprio la redazione serba si è presa a cuore la realizzazione di questo mediometraggio, in cui la famiglia (moglie e figli di prima, seconda e terza unione) e un pugno di amici illustri (Gianni Borgna, Renzo Piano, Ornella Vanoni , Zucchero ) raccontano il loro Gino Paoli . Quello che ne viene fuori, seppure a tratti pregevole, è tuttavia qualcosa di più vicino all’agiografia che al documentario, e approfondisce poco quella che deve essere stata una vita straordinaria, segnata da incontri importanti e canzoni fondamentali. Ed è proprio da qui che trae spunto la riflessione: possibile che debba arrivare una troupe da Belgrado per girare un documentario – con ospiti di lusso – come questo? Detto che Paoli ha da sempre fama di personaggio difficile, possibile che nessuno in Italia abbia voglia di affrontare una materia così stimolante come la sua musica e la storia d’Italia degli anni che racconta? O come sempre succede nel nostro paese – e augurandogli duecento anni di vita e una carriera infinita – ci si penserà quando sarà troppo tardi? Uno che ha scritto le sue canzoni andrebbe studiato a scuola, invece tra poco non lo si troverà più nemmeno nei negozi di dischi (anche digitali), se non in forma di raccolte. C’è un modo migliore di uccidere un artista che assassinare la sua opera?

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