«MANIFESTO ABUSIVO - Samuele Bersani» la recensione di Rockol

Samuele Bersani - MANIFESTO ABUSIVO - la recensione

Recensione del 09 ott 2009

La recensione

“Bersani Bersani Bersani… ah si, Samuele Bersani. No grazie, non mi piace molto, non capisco mai cosa dice, usa sempre troppe parole…”.
Così mi ha risposto un vecchio amico quando tempo fa lo invitai con me ad un concerto di Bersani.

Oggi, con tra le mani il suo nuovo “Manifesto abusivo”, mi viene da sorridere a ripensare alla frase “usa sempre troppe parole”. Perché è vero, il Nostro rincorre e sfida la metrica sulle strofe e riempie tutto lo spazio che c’è nei ritornelli, stando sempre attendo alla musica e ai versi, sempre giuste e ficcanti. Ma in questo nuovo album, ciò che sorprende, è la diversità che c’è un brano e l’altro, la composizione articolata e mai prevedibile delle canzoni, elementi questi che possono forse richiedere un po’ più di concentrazione nell’ascolto del disco.
Ci sono brani rassicuranti, come “Un periodo pieno di sorprese”, che segue un po’ i canoni della forma canzone, con un soffice tappeto musicale e un testo carico di metafore, e “Pesce d’aprile”, con arrangiamenti morbidi e armonie che fanno ondeggiare qua e là ad accompagnare un testo spigoloso fatto di avvenimenti ai quali non ci si può credere (“Oggi un albergo ad Alcatraz, domani un ostello a Guantanamo”); ci sono canzoni che fanno voltare il capo per tendere l’orecchio e capire bene cosa si sta sentendo: e si sente musica, liberatoria e liberata, da colonna sonora come in “A Bologna”, una canzone di presa in giro – ma in realtà d’amore – che Bersani scrive per la sua città d’adozione, e la bellissima “Manifesto abusivo”, con un continuo cambio di strumenti tra cui fiati, pianoforti, synth e battiti di mano. Alla Vu Orchestra e a Valentino Corvino sono invece affidati gli archi dell’intima “Lato proibito”, un tuffo della pre-adolescenza di città attraverso una ritmica eccezionale, quando bisognava stare attenti a non sporcarsi con il mercurio cromo che gocciolava, oppure quando non ci si ammalava mai per via delle numerose spremute d’arancia.
Questo di Bersani è un disco che sorprende canzone dopo canzone. Ognuna ha una sua caratteristica, vuoi riconducibile al testo o vuoi creata dalla musica, come la sensuale e allo stesso tempo “inquietante” “Ferragosto”, oppure la scanzonata “Ragno”, scritta da Angelo Conte, e l’evocativa, per via di arpeggi e percussioni, “Anche Robinson Crusoe”.
La trama fitta di parole e l’attenzione per le musiche - sì orecchiabili, ma anche sfuggenti per via, a volte, di repentini cambi di ritmo e arrangiamenti, per fortuna, a cui l'orecchio popolare è forse poco abituato – fanno di Bersani un autore sempre più completo e originale. E deve ritenersi fortunato perché non è accostabile a nessun cantautore di vecchio stampo, non è paragonabile nemmeno a quelli della sua generazione: non è riconducibile a nessun'altro se non sé stesso. E per quanto l'idea di fare un album con dei rimandi a un suo stesso album di qualche anno prima lo possa far rabbrividire, può consolarsi con la certezza di aver realizzato, seppur sia un parere personale, uno dei dischi più maturi e variegati della sua carriera.
Può stare tranquillo, lui le canzoni le ha create, composte, suonate, sentite nascere. Noi esseri umani abbiamo il solo strumento dell'ascolto; sarà normale, quindi, che ai primi passaggi ci venga in mente qua e là un “Il pescatore di asterischi” piuttosto che un “Sicuro precariato” o una “Cattiva”, ma piano piano, ascolto dopo ascolto, i brani brilleranno sempre più di luce propria e non riflessa.

(Daniela Calvi)

“Un periodo pieno di sorprese”
“Pesce d’aprile”
“Lato proibito”
“A Bologna”
“Anche Robinson Crusoe”
“Ferragosto”
“Manifesto abusivo”
“Valzer nello spazio”
“Ragno”
“Fuori dal tuo riparo”
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