«BLACK GIVES WAY TO BLUE - Alice in Chains» la recensione di Rockol

Alice in Chains - BLACK GIVES WAY TO BLUE - la recensione

Recensione del 05 ott 2009 a cura di Marco Jeannin

La recensione

L’unico modo che ha una squadra di sopperire alla partenza di un grande campione è quello di sostituirlo con uno nuovo, altrettanto capace e magari, se possibile, di maggiori prospettive.
Puoi giustamente chiedere da tifoso che il buco lasciato dal Kakà di turno venga colmato e vedersi non esauditi certo provoca un inevitabile malumore. Ci si resta male quando il sostituto è sotto le aspettative, ci si arrabbia con la società e il senso di tradimento è palpabile. E tutto solamente per l’attaccamento ad una maglia. Quello, cascasse il mondo, resta sempre e comunque. E gli Queen quando hanno rimpiazzato Mercury con Paul Rodgers? Vogliamo parlarne? Chiamiamolo un “grosso errore di mercato”.
“Black Gives Way To Blue” è composto da undici pezzi e ha fatto la sua comparsa ufficiale al mondo anticipato dal singolo “A looking in view” dopo un paio di anni di rodaggio in tour in giro per il nord America, un dettaglio affatto trascurabile se si considera che non è da tutti avere due anni per provinare il tuo futuro acquisto. Il primo ascolto è un’esperienza quantomeno bizzarra, e mi rivolgo a tutti coloro che si sono innamorati come il sottoscritto di “Dirt”, “Facelift” e “Tripod”, perché anche con tutta la buona volontà è davvero molto difficile capire la differenza dai predecessori. Stesso impianto sonoro, stessa passione per le atmosfere plumbee, stesso gusto per il metal contaminato dall’alternative, ma più di tutto stessa voce, stessi cori, in altre parole stessi Alice In Chains. Sensazione spaventosa fino a che ti accorgi che nella squadra forse i fuoriclasse erano due, Staley e Cantrell e che effettivamente solo uno manca all’appello. Prendiamo “ A looking in view”. E’ il singolo di lancio e dura sette minuti (…). Sette minuti di metal pesante, lisergico, scuro e delirante. Tempo fa, lo stesso Cantrell ha definito “A looking in view” come un pezzo che “… parla fondamentalmente di qualsiasi cosa ci renda confusi, di quella cella con la porta aperta che ci costruiamo e nella quale a volte decidiamo di rimanere chiusi, focalizzando la nostra attenzione al nostro interno invece che guardarci attorno, renderci conto di un mondo molto più grande”. Questa è sempre stata la filosofia degli AIC, da quando “Dirt” ha contro rivoluzionato il grunge dopo il ciclone “Nevermind”, parlando di droga e morte come pochi avevano fatto prima. Furono i deliri di uno Staley in piena dipendenza a dare vita a pezzi come “Would?”, “Down in a hole”, “Them bones” e via dicendo. “A looking in view” è il degno successore di tutto questo, e la formula magica funziona perché ha spessore. Perchè Cantrell non ha dovuto rimpiazzare la totalità di un’anima, ma solo metà di essa e lo ha fatto senza scendere a compromessi. Il suo tocco è rimasto, il resto del lavoro lo fa DuVall, il cui ruolo non è prevedibilmente quello di riempitivo ma bensì di prosecutore. C’è del suo in questo album e si sente in special modo nel metal grezzo di “Last of my kind” o nella superba ballata dai toni esotici “When the sun rose again”, un pezzo che non avrebbe certo sfigurato nel celebre unplugged in coppia alla già citata “Down in a hole” e che funziona molto meglio dell’altro lentone, “Your decision” che, sebbene in perfetto stile anni Novanta, risente forse un po’ troppo del compito assegnatogli, ovvero staccare la spina tra una carica e l’altra alleggerendo il discorso. Questi Alice In Chains però funzionano molto bene quando si rimboccano le maniche sfoderando gli artigli e parlo di “Lesson learned” e “Check my brain”. Tocco di classe è la chiusura con la titletrack (in cui spicca l'insolita presenza di Elton John al piano), roba d’altri tempi come del resto tutto l’album, musica che non si sentiva davvero da un pezzo: malinconica, dolce, struggente.
Gli Alice In Chains non hanno fatto un remake di se stessi, semplicemente hanno ripreso da dove si erano interrotti (“Hope, a new beginning [...] there's no going back to the place we started from” da “All secrets known”). Il fuoriclasse ha trovato pace, perché in fondo è tutta la squadra che conta e che porta i risultati. E questa squadra gira davvero a mille: tanto basta a mantenere vivido l’amore per essa.

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