«UP THE LINE - Garbo» la recensione di Rockol

Garbo - UP THE LINE - la recensione

Recensione del 04 feb 1998

La recensione

E se Renato Abate detto Garbo fosse stato il David Sylvian italiano e noi, miope critica, non ce ne fossimo mai accorti? Debbono sapere, i più giovani, che qualcuno timidamente tentò, nei primi anni ’80, di tradurre qui da noi il verbo della luminosa scena inglese di quel periodo: New Order, Ultravox e O.M.D., oppure i "new romantics" Visage e Duran (tanto per fare nomi nel mucchio). Ma per la ridente provincia italiana, che a malapena aveva digerito gli hippies e persino qualche punk, la comparsa di simili raffinati esteti della musica, del look e dei sentimenti fu decisamente troppo. In terra d’Albione ai Bowie e ai Ferry ci erano abituati, mentre da noi codesti dandies furono sbeffeggiati e vilipesi dai villici, e accusati dalla insigne critica di essere scialbe fotocopie. Vita durissima. Che infatti durò poco, giusto il tempo di infilare qualche gradevole singolo ("Quanti anni hai?" "Radioclima", "Cose Veloci"). Dopo di che, l’oblio, con dischi autoprodotti e spesso anche autoascoltati.

Oggi, però, Garbo torna col botto. Grazie alla cricca degli scrittori cosiddetti "Cannibali", in particolare Aldo Nove e Lou Pizzi, Garbo si presenta con un disco, "Up the line", che ospita più le parole scritte dei succitati letterati "pulp" (Labranca, Ammaniti, Scarpa, Santacroce e compagnia bella) che quelle cantate dall’artista comasco. Sono solo tre infatti i brani cantati (in inglese), contro nove composizioni strumentali (perlopiù pianistiche). La voce si ode solo in "I’ve come a long way" e nelle due versioni di "Up the line", che è un tuffo inaspettato in quegli anni ’80, nelle inquietudini ignorate del decennio più disprezzato della storia. Il resto del disco si muove in uno strano territorio tra Mark Isham e il David Sylvian di Secret of the Beehive, tra il Bowie del periodo berlinese e la new age di William Ackermann. Il risultato è spiazzante, ma gradevole. Spiazzante soprattutto perché, dato per scontato un esiguo ritorno commerciale dell’operazione, Garbo ha fatto un disco contro le tendenze del momento (i nomi suddetti non sono esattamente i più acclamati in questo periodo). Proprio questo lo rende interessante: ci fa pensare a come da noi ci si butti troppo facilmente nelle correnti, e poi se ne esca pretendendo di non essere neanche un po’ bagnati. Dice bene Garbo: "Se fossi nato a Londra anziché a Lomazzo provincia di Como, forse le cose sarebbero andate in un altro modo...".

Per quanto riguarda invece l’altra metà del progetto "Nevroromanticismo", ovvero i contributi presenti sul disco degli scrittori della nuova generazione, la nostra modesta impressione è che valga il discorso inverso a quello di Garbo. Se non fossero nati in Italia, li avrebbero già spediti in miniera. Ma naturalmente, questo vale anche per tanti critici letterari - e tantissimi giornalisti musicali.

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