«ELECTRIC ARGUMENTS - Fireman» la recensione di Rockol

Fireman - ELECTRIC ARGUMENTS - la recensione

Recensione del 03 dic 2008 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Quando durante la riunione di redazione vengono assegnati i dischi da recensire, a me toccano - su mia esplicita richiesta - quelli più obliqui e quelli degli ex-Beatles. I dischi a nome Fireman ricadono in entrambe le categoria, quindi non c’è stata discussione, e questo “Electric Arguments” mi è spettato di diritto.
Avendo già ascoltato e digerito a suo tempo i primi due lavori della coppia formata da Youth, ex Killing Joke, e Paul McCartney, ex Beatles (“Strawberries oceans ships forest”, 1993, e “Rushes”, 1998), immaginavo di sapere cosa mi aspettava: elettronica spinta, ai confini con la dance e con la trance, roba un filo cerebrale di quella che a McCartney era sempre servita per “coprirsi a sinistra”, pararsi il culo dalle accuse di poppettaro dolciastro e senescente (accuse che non gli sono mancate nemmeno da chi scrive: vedere in proposito la recensione di “Memory almost full”) e rivendicare il ruolo di “vero” sperimentatore dei Beatles, in quanto, per dire, fautore di quel “Carnival of light” di cui si è tornato a parlare poche settimane fa, vedi News.
Invece “Electric arguments” sorprende fin dalla prima traccia: intanto è cantato, cosa che non era successa con i primi due dischi, interamente strumentali; poi è un disco di canzoni, ben 13, e in forma (abbastanza precisa, quasi tutte) di canzone. Fin dalla prima, che è un pezzo rock vagamente “Helter Skelter”, con McCartney che usa la sua voce alla Little Richard e ha l’aria di divertirsi molto, a dispetto dei 66 anni suonati. Segue “Two magpies”, che tutti hanno già accostato a “Blackbird” per via del titolo ornitologico e dell’atmosfera acustica: un bel pezzo, con il vantaggio di sembrare suonato e cantato all’impronta, senza grandi preoccupazioni, così come viene (ci informano che i 13 brani del disco sono stati realizzati in altrettanti giorni, uno al giorno).
Una bella sorpresa è “Sing the changes”, una canzone semplice e trascinante vaghissimamente U2 - e in effetti non starebbe male in bocca a Bono: voce molto echeggiata, molti strumenti - già, finora di elettronica non se n’è sentita - e un riffettino radiofonico anzichenò (ma ovviamente le radio italiane non se ne accorgeranno).
L’elettronica arriva in “Traveling light”, con suoni di mellotron che disegnano un quadro di nostalgia e malinconia, lontanamente irish folk (sarà il flauto?): magari un po’ lunghetta, nel senso che a 3’30” poteva anche finire, senza la ripresa che sposta l’attenzione e un po’ annoia.
Per fortuna “Highway” riapre le danze, riportandoci agli Wings epoca “At the speed of sound”: anche se il pezzo non è granché, intendiamoci, un rocchettino disimpegnato ma di buon mestiere (ci mancherebbe...) che ricorda abbastanza da vicino “Silly love songs”.
Irresistibile la successiva “Lights from your lighthouse”, con il coro “Let it shine on, let it shine on, let the lights from your lighthouse shine on me” che riecheggia da vicino la classica “Will the circle be unbroken” del country&western americano e il cui andamento da singalong la candida a canzone da concerto - se mai McCartney decidesse di eseguirla dal vivo.
Inconfondibile è la voce di McCartney in “Sun is shining”, ottimista e vivace, con quella spruzzata di suoni elettronici che ci fa ricordare che questo “non” è un album di Paul ma dei Fireman - almeno formalmente.
Grandiosa dal punto di vista sonico è “Dance ‘til we’re high”: campane tubolari e mellotron la rendono epica, quasi un esempio di “wall of sound” spectoriano - o, considerate simpatie e antipatie di Paul, alla Brian Wilson (ascoltare l’insistenza degli archi). “Lifelong passion” ha un che di psichedelico, con percussioni tribali e qualche sentore degli Yes periodo “Close to the edge” (scusate l’ardire); inclina al celtico, invece, “Is this love?”, oltre cinque minuti un filo troppo rarefatti - direi anzi noiosi - per i miei gusti, che ne fanno a mio avviso il brano meno interessante dell’album. Una sirena da nebbia apre “Lovers in a dream”, decisamente elettronica e quasi dance - qua e là ricorda “Love in C minor” di Cerrone - il cui testo consiste essenzialmente nella ripetizione di una sola frase.
Quasi strumentale è anche il penultimo brano, “Universal here, everlasting now”: un pianoforte quasi giocattolo e abbastanza inquietante, cani che abbaiano e rumori di tuoni lontani, voci di bambini spaventati, un collage di situazioni da film horror che si apre dopo due minuti su un pulsare ritmico che si fa strada fra suoni liquidi e una melodia spiralante: bizzarro, e poco più.
“Don’t stop running”, ultima traccia di “Electric arguments”, ci riporta in zona Fireman, pur avendo una parte vocale; è il pezzo più “spaced out” del disco, dura complessivamente più di dieci minuti, ma c’è il trucco: a 5’53” sembra finire, poi riprende dopo oltre due minuti di silenzio con suoni elettronici esplicitamente krautrock (Tangerine Dream e compagnia). Gli ultimi nove secondi sono occupati da una voce che dice una frase - registrata al contrario: un contributo alla leggenda “Paul is dead”, forse?
L’impressione globale che rimane dall’ascolto di “Electric arguments” è che, liberato dall’ansia di essere Paul McCartney, Paul McCartney sia più leggero e disinvolto, si senta meno chiamato ad essere all’altezza del suo nome e della sua fama e, così, dia il meglio di sé senza soverchie preoccupazioni. Cosa che, secondo me, grazie ai meriti acquisiti potrebbe fare anche col suo nome e cognome. Ma se gli serve un alibi, faccia pure. Di questo passo, semmai, speriamo che faccia più album sotto pseudonimo che in prima persona.
PS Avete sentito “My soul”, il pezzo di McCartney nell’album di Nitin Sawhney “London undersound”?

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