«ODE TO J SMITH - Travis» la recensione di Rockol

Travis - ODE TO J SMITH - la recensione

Recensione del 30 nov 2008 a cura di Marco Jeannin

La recensione

I Travis hanno pubblicato un disco di inediti. Partendo da questa notizia si possono fare un paio di considerazioni. Da quanto tempo non si sente parlare dei Travis? A dire il vero da molto poco visto che l’ultimo album della band di Glasgow, “The Boy With No Name”, risale solamente ad un anno fa e visto anche che spulciando la discografia si scopre che il gruppo pubblica regolarmente dal 1997.
Bisogna allora cercare di capire in profondità il perché del passaggio in secondo piano di un gruppo che era partito a razzo, guadagnandosi l’ambito posto di “quarto” in comodo nella lotta tutta brit di fine anni novanta tra Oasis, Blur e Verve. Che cosa è successo alla band che Chris Martin ha elogiato pubblicamente definendola indispensabile per la nascita dei Coldplay? Com’è che fino al 2001, ovvero ai tempi di “The Invisible Band”, i nostri erano da considerarsi headliner ai festival, promossi in pieno da pubblico e critica per poi trasformarsi effettivamente in una band invisibile che come un fiume sotterraneo continua a fluire, ma di cui in superficie si sono perse le tracce?
L’ascolto dell’ultimo album, “Ode to J. Smith” chiarisce ampiamente i dubbi e le perplessità. Undici pezzi inconfondibili (dodici nella versione giapponese), giocati sulla melodia e su un impianto sonoro arcinoto che fa della voce di Francis Healy la punta di diamante. La chiave per capire “Ode to J. Smith” sta tutta qui. Il disco viaggia tranquillo senza picchi eccelsi o cadute rovinose, mantenendo un costante equilibrio sostanziale tra pop e rock che alla lunga mette in risalto un bel po’ di difetti. Primo tra tutti la mancanza di un’idea precisa, mancanza che allinea i pezzi sullo stesso livello e che finisce per annoiare un bel po’. Per sopperire alla povertà di idee si tenta di ricorrere ad arrangiamenti già sentiti (vedi il banjo abusato all’infinito) o a soluzioni di discutibile gusto.
Il disco si apre con “Chinese blues” nel più tragico anonimato della mediocrità e sembra di essere ancora fermi al 1997 quando un’apertura del genere poteva essere interessante ma, passati più di dieci anni, il tutto va annoverato sotto l’etichetta del già sentito, specialmente in casa Travis. “J. Smith” prosegue sulla linea tanto da non distinguerla dalla precedente. E via così per tutto l’album. “Something anything” gioca la parte del singolo di turno. Buon riff e buon ritornello che garantiscono il passaggio in radio, ma scontentano i palati più esigenti già al secondo ascolto. Che i Travis siano prigionieri di loro stessi? Abbiamo ancora tutti nelle orecchie i vari singoli che hanno reso celebre la band, e parlo di pezzi come “Why does it always rain on me”, “Sing” e via dicendo e sembra che con declinazioni sempre leggermente diverse, il concetto sia sempre quello, ripreso e riadattato, ma mai veramente rinnovato. Sentire “Last word” per credere: stessi arrangiamenti, stessa struttura. Viene lasciato più spazio alla chitarra di Andy Dunlop (l’assolo in “Something anything” o il riff di “Long way down” sono due esempi), ma la buona intenzione cede il posto al coprirsi le spalle e i pezzi si fanno più soft e convenzionali nella seconda parte del disco. Interessante il cambio di registro di “Friends”, più dilatata e fuori dal coro, ma trattasi della classica eccezione che conferma la regola di un album che si conclude in maniera prevedibile, con due pezzi di respiro che fanno tanto ruffiano: “Song to self”, molto vicina agli ultimi Coldplay sia nell’impianto vocale che nel tappeto sonoro d’accompagnamento, e la ballatona “Before you were young”, elegiaca e un pelino barocca, da multare per eccesso di pomposità.
A conti fatti questa ultima prova dei Travis lascia insoddisfatti più per la sensazione di talento sprecato che per una vera perdita di idee. In ogni caso i Travis devono fare i conti con queste ultime per poter tornare ai vertici e magari innovarsi quanto basta da poter nuovamente far parlare di sé, magari in modo positivo.

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