«EASY COME EASY GO - Marianne Faithfull» la recensione di Rockol

Marianne Faithfull - EASY COME EASY GO - la recensione

Recensione del 28 nov 2008

La recensione

Tornano insieme Marianne Faithfull e Hal Willner, vent’anni dopo “Strange weather” e il live “Blazing away”, ed è un po’ come rivedere Scorsese con De Niro, Woody Allen con Diane Keaton: un regista e il suo attore feticcio, o la sua musa. Sulla bella foto di copertina campeggia Marianne, splendidamente ritratta da Jean-Baptiste Mondino davanti a un microfonone vintage nel più vecchio studio di registrazione di Manhattan, il Sear Sound. Ma dietro le quinte c’è Willner, architetto e stratega di questa elegantissima collezione di “18 canzoni per amanti della musica” (nel formato doppio Lp o Cd a edizione limitata, ma esiste anche una versione ridotta e più economica con scaletta ristretta a dieci titoli) rigorosamente in stereo con buona pace degli amanti del suono “surround”. “Easy come easy go” è un disco tributo – la sua specialità – all’icona del rock’n’roll esistenzialista e a tutta la migliore American music, il jazz e il musical, il folk e il blues, il country e il rock del 2000, che al succitato “Strange weather” assomiglia molto per concezione, spirito e intenzioni anche se il cast stellare di cantanti e musicisti, roba da autentico kolossal della canzone d’autore, fa piuttosto venire in mente i più recenti “Kissin’ time” e “Before the poison”. Si farebbe prima a dire chi non c’è, tra un cameo di Nick Cave e uno di Cat Power, un vocalizzo di Antony e uno di Rufus Wainwright, un controcanto di Sean Lennon e uno di Jarvis Cocker (e le sorelle McGarrigle, e Teddy Thompson). Per non parlare dei virtuosi strumentisti: l’eccellente Barry Reynolds sempre a fianco di Marianne da fine anni Settanta e Marc Ribot, Greg Cohen e Jim White, più uno stuolo di orchestrali.
Possibile fallire, con queste premesse? No, anche se ogni tanto affiora un po’ di rigida compassatezza, una certa affettazione, e la voce della Faithfull vacilla pericolosamente verso il baratro quando si tuffa a pescare le note più basse del pentagramma (è stanca e fragile, e si sente: l’anno scorso ha dovuto cancellare un tour per “esaurimento fisico, nervoso e mentale”). Non è mai stata una cantante intonata e inappuntabibile, Marianne: piuttosto “una meravigliosa creatrice di atmosfere”, come ebbe a dire il suo primo produttore Mike Leander, con un timbro cavernoso e lacerato che la racconta meglio di una autobiografia e il merito di concepire la musica come uno sterminato territorio senza frontiere. E’ il lato più affascinante del progetto, questo suo piegarsi flessibile al linguaggio e ai modi della canzone, al tempo stesso reinventandoli con l’aiuto di Willner, degli ottimi arrangiatori e dei bravissimi musicisti. “Down from Dover” di Dolly Parton, in apertura, ne è un bell’esempio: una ballata country che con un penetrante giro di contrabbasso e una chitarra serpentina muta gradualmente pelle virando al rhythm&blues. “In Germany before the war”, un Randy Newman datato 1977 che si ispirava a Fritz Lang e al suo mostro di Duesseldorf, è decisamente più simile all’originale: con la sua atmosfera brechtiana ed espressionista, del resto, invocava da sempre una cover della Faithfull, il cui timbro color pece si incolla perfettamente anche alla melodia di “Black coffee”, atmosfera anni Quaranta sulle orme di Sarah Vaughan e di Peggy Lee.
Compilare la scaletta, per lei e per Willner, dev’essere stato un bel divertimento, e una bella sfida: la forza del disco sta proprio in questo gioco di contrasti e di chiaroscuri, con Duke Ellington e Billie Holiday (“Solitude”, 1944) contrapposti al noise rock psichedelico dei Black Rebel Motorcycle Club, il Leonard Bernstein di “West side story” vicino ai giovani Decemberists, i controfagotti e i clarinetti affiancati alle chitarre elettiche distorte e al violino indemoniato di Warren Ellis (“Hold on hold on”, scritta da Neko Case). Non pensate a un disco tutto in scuro, c’è luce e colore in “Many a miles to freedom” dei Traffic e in “Ooh baby baby” di Smokey Robinson & The Miracles, un incanto di Motown soul che la voce della Faithfull, quella di Antony e quattro sax tenori dilatano in una dimensione onirica. E se Bessie Smith e Bernstein, in fondo, sono scelte ovvie, è altrove che si accende la scintilla. Nella malinconicissima “Children of stone” degli psycho-folkie americani Espers, per esempio, o nel Morrissey recente di “Dear God please help me”. Quelle son scelte che guardano al presente, ma non si può chiedere a un’icona di trascurare il suo passato e i suoi amori di una vita: il folk di Nic Jones e Jackson C. Frank che frequentò a inizio carriera, l’amante di una notte Keith Richards. Proprio lui, per la prima volta ricongiunto alla Faithfull dai tempi dei selvaggi anni Sessanta, dinoccolato e farfugliante come si conviene in “Sing me back home”, l’ultimo desiderio di un condannato a morte secondo Merle Haggard: “Riportami a casa con una canzone/la canzone che cantava mia mamma/fai rivivere i miei vecchi ricordi/portami via e indietro con gli anni/riportami a casa con una canzone prima che io muoia”. Che canzone, e che coppia.



(Alfredo Marziano)
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