«4:13 DREAM - Cure» la recensione di Rockol

Cure - 4:13 DREAM - la recensione

Recensione del 07 nov 2008 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

I Cure fanno sempre la stessa solfa, ma la fanno bene: è questo il primo pensiero che sale alla mente ascoltando “4:13 dream”, tredicesimo disco di studio della band di Robert Smith.
E' difficile essere originali quando hai 30 anni di carriera alle spalle e di fatto hai inventato un genere, quindi non è questo quello che si può chiedere a loro. Si può chiedere ai Cure di fare bene la musica che sanno fare, e in questo l'obbiettivo è centrato.
“4:13 dream” è un disco dalla storia complicata: arriva a 4 anni dal precedente lavoro, è stato annunciato più volte e più volte rimandato. E' stato anticipato da singoli mensili (ormai non si sa più cosa inventarsi...), e alla fine è singolo e non doppio come annuciato tempo fa. Smith dice che ha levato le canzoni più cupe, lasciando quelle più veloci. Vero, ma solo in parte: si inizia con una lunga e psichedelica “Underneath the stars”, ma poi si prosegue con canzoni come “Switch” e “Hungry ghost”, che confermano il dato più importante di questa fase dei Cure, che si era già potuto constatare nei concerti italiani della scorsa primavera: la carica, l'energia. I Cure sono in grado di dare punti a molte delle giovani band post-new-wave-rock-punk o come diavolo volete chiamare il genere: le concessioni al pop sono poche (“Only one” su tutte), a farla da padrone sono brani come “Real snow white” e “Hungry ghost”, dove spiccano i suoni di chitarra e il basso pulsante.
Insomma, “4:13 dream” non sarà un capolavoro che rimarrà negli annali della storia del rock (hanno già dato, su quel versante), ma è un disco più che dignitoso, a tratti piacevole per quanto può esserlo la musica dei Cure. La classe non è acqua – scusate la banalità, ma in questo caso è un'affermazione che per una volta è vera senza essere semplicemente un luogo comune:

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