«STILL BURNING - Mike Scott» la recensione di Rockol

Mike Scott - STILL BURNING - la recensione

Recensione del 01 gen 1998

La recensione

Avremmo disperatamente voluto scrivere bene di questo nuovo sforzo solista di Scott, il capatàz dei disciolti e grandiosi Waterboys. Quando, prima dell'estate, leggemmo sulla stampa inglese che il ritorno di Mike sarebbe stato "più rock" e più un ritorno alla "big music" (i fans dei Waterboys capiranno), fummo presi da grande entusiasmo. Diobono, finalmente un album capace di riportarci a quei magici giorni. Poi, cuffia in cranio, un tuffo nell'amara realtà. L'iniziale "Questions" parte sì sparata e turgida, à la Boys, ma dopo la fiammata si esaurisce presto. Non male, ma dove, nonostante la struttura del pezzo la invochi a gran voce, dove, dove, dove si nasconde il sacro spirito della "big music"? Intendiamoci, i musicisti convocati (Jim Keltner, Pino Palladino, Ian McNabb) fanno un grande lavoro, ma, nonostante la confezione di lusso, si vibra pochino. "My dark side" non riesce a nascondere un fatto elementare: manca del tutto il refrain. "Open", alla faccia della verve r'n'r ritrovata, ci riporta di peso al suo album solista precedente, cioé ad una mezza porcata. Uno Scott estatico, anche grazie alla sua esperienza newageiara a Findhorn, il paesino scozzese costiero del quale si dicono meraviglie, ma la cosa finisce lì. Giocata su atmosfere più genuinamente Waterboys "Love anyway", con tanto di piccola orchestra, ma è una "Open" più enfatica. Si prosegue così, senza troppi sussulti ("Rare, precious and gone" pare tratta dal Van Morrison più di routine, "Dark man of my dreams" dal repertorio minore dei, ammettiamolo, Waterboys) fino alla fine. Riflettiamo: comunque, male che vada, un surrogato ad intermittenza per coloro i quali i Boys se li sognano anche di giorno. Rimane l'evidenza, come dicevamo amara, che la miniera pare essersi esaurita. Una pepita ogni tanto non fa la vera differenza.
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