«I, FLATHEAD - Ry Cooder» la recensione di Rockol

Ry Cooder - I, FLATHEAD - la recensione

Recensione del 24 lug 2008

La recensione

Prima di diventare “uno spazio per cartelloni pubblicitari” e di farsi governare da attori mediocri con la smania della politica e del potere, la California ha vissuto storie che nessuno, oggi, sembra aver voglia di raccontare. Ry Cooder, che di Los Angeles e dintorni sta diventando una specie di memoria storica e di custode museale, è una singolare, splendida eccezione: in “Chávez ravine” (2005), aveva riesumato la storia vera dell’abbattimento brutale di un quartiere chicano per far posto, negli anni Cinquanta, al nuovo stadio di baseball dei Brooklyn Dodgers; due anni dopo, con “My name is Buddy”, aveva narrato in forma di fiaba allegorica, alla maniera di un moderno Esopo, la Grande Depressione e le lotte sindacali, i vagabondi steinbeckiani ridotti alla fame e la nascita della canzone di protesta. Siamo arrivati al terzo e ultimo capitolo della trilogia, che qualcuno (il mensile inglese Uncut, per esempio), ha già definito il più triste e sconsolato di tutti: perché non parla di minoranze razziali e di disperati ma di onesti operai dalla “testa piatta” (i “flathead” del titolo) che con i motori erano dei maghi e che però ai loro eredi lasciarono soltanto “una roulotte, due Cadillac arrugginite e 5.000 canzoni country” che nessuno vuol saperne di cantare. Un altro sogno americano finito male, insomma. Siamo di nuovo nei Fifties, e in questo angolo di Los Angeles e del Golden State si sente puzza di benzina e di sesso spiccio, il rombo dei dragster lanciati a folle velocità sul fondo piatto dei laghi salati, l’honky tonk country che gracchia dalle radio valvolari Sears & Roebuck e nelle roadhouse disseminate lungo l’autostrada. In primo piano e sullo sfondo, i caratteri di una “falsa autobiografia”: colletti blu che cercano di evadere dalla gabbia della realtà, ragazze sognanti e un po’ sprovvedute, alieni gentili e ammonitori – una costante per Cooder, da “The slide area” al disco ‘messicano’ di tre anni fa – , illusoriamente convinti di trovare sulla Terra un pianeta più accogliente e meno crudele di quello da cui provengono. Il musicologo di LA aziona di nuovo la leva della metafora surreale, ma vira stavolta sui toni di una science fiction da fumetto o da telefilm sviluppando un’altra opera multimediale che va molto al di là della semplice raccolta di brani musicali: “I, flathead” scava nel ventre di una nazione, evoca con parole, immagini e suoni un mondo intero utilizzando come medium una sorta di audiolibro (vivamente consigliata, a dispetto del prezzo maggiorato, l’edizione in tiratura limitata) arricchito da 97 pagine di racconto che alle quattordici canzoni fanno da specchio e da antefatto. Ry, che un po’ marziano si è sempre sentito, si identifica in Shakey, l’extraterrestre innamorato della tenera ragazzina di Trona, come in Kash Buk, il redneck che ama le auto da corsa e che da giovane tralasciava compiti e giochi in cortile per ascoltare alla radio Johnny Cash (la canzone omonima cita brani famosi del Man in Black riproducendone il famoso “boom-chick-a-boom”). Kak, stella mancata del country, e i suoi amici sono dei perdenti designati, le mani sporche di grasso allungate su qualche cheerleader scarrozzata fuori città, abbordaggi al bar andati a buca, amori interrazziali che scandalizzano i benpensanti (anche il protagonista di “Filipino dance hall girl”, come nelle migliori tradizioni, incontra l’amata stripper alla “dark end of the street”), danze sfrenate e un po’ oscene “che i repubblicani non sanno ballare” (“Pink-o boogie”), grane con il venditore d’auto messicano che non vuol saperne di farti credito, mentre il migliore amico è un cane rognoso con il nome di un famoso attore/musicista rinchiuso in galera per l’omicidio della moglie, e il sogno più coccolato è di finire un giorno nel paradiso dei suonatori di steel guitar accanto a Paul Bixby, Joaquin Murphy e Jimmy Day. A dipingere questo mondo sfuocato e crepuscolare vengono in aiuto i vecchi amici di sempre (il figlio Joachim, la fisarmonica di Flaco Jimenez, la batteria di Jim Keltner, la voce eterea di Juliette Commagere, la tromba gassosa di Jon Hassell), impiegati con estrema parsimonia perché a volte bastano la voce roca e narrante di Ry, i timbri caldi e liquidi delle sue chitarre vintage a rendere l’idea. Si materializza di nuovo il tipico melting pot cooderiano, anche se stavolta alle orchestrine mariachi (“Drive like I never been hurt”) e alle rumbe, all’exotica e al western swing si affianca la ruvida sfacciataggine del primo rock&roll (l’attacco di “Waitin’ for some girls” sembra un riff rubato a Keith Richards, Cooder si sarà ricordato delle session di “Let it bleed”). Più una “Trona girl” che fonde oniricamente Crystals e Beach Boys, e uno struggente quadretto di un’epoca al tramonto, “My dwarf is getting tired”, che fa venire in mente il John Milius di “Un mercoledì da leoni”, non fosse che al posto dei giovanottoni biondi con le tavole da surf qui ci sono malinconici fenomeni da baraccone e “quarant’anni di stanze di motel, sigarette e riviste”. Fantasmi di un passato che tutti – meno lui – hanno dimenticato, al sole e tra le palme da cartolina della California.



(Alfredo Marziano)
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