«THIRD - Portishead» la recensione di Rockol

Portishead - THIRD - la recensione

Recensione del 25 apr 2008 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Probabilmente non ci sperava più nessuno. Quanti fino a qualche tempo fa avrebbero scommesso sulla reale uscita di un album di inediti dei Portishead? Pochi. Era il 1998 quando il trio di Bristol (Uk), una delle band simbolo della scena trip-hop britannica (Massive Attack, Tricky ecc.), dopo aver dato alle stampe due lavori fondamentali come “Dummy” e “Portishead” ed un disco dal vivo, decise di interrompere momentaneamente le attività, pur non smantellando la propria “ragione sociale”. In questo decennio la voce di Beth Gibbons si è dedicata ad una discreta carriera solista, mentre Geoff Barrow e Adrian Utley si sono concentrati principalmente sulle produzioni (Stephanie McKay, The Coral) e sulla creazione di una label indipendente (la Invada Records).
Attese alle stelle, quindi, per “Third”, l’album del ritorno. In dieci anni cambiano tante cose e probabilmente (anche se avrebbe raccolto comunque un discreto numero di consensi) sarebbe stato banale presentarsi con un disco-tributo a sé stessi: va dato dunque atto ai Portishead di aver compreso, fin dall’inizio del nuovo corso, questo fattore, evitando di cadere nell’auto-celebrazione.
Quel che non si cancella, forse perché presente nel DNA dei musicisti, è l’oscurità. Se prima questa andava in coppia con suoni elettronici contaminati da hip-hop e jazz, oggi, pur non eliminando totalmente queste influenze, vira verso una direzione molto più pesante, fatta di chitarre, suoni industrial e ritmi pressanti.
Esempio che calza a pennello è il primo singolo “Machine gun” con una batteria fredda, metallica e robotizzata che apre alla sempre suadente voce di Beth Gibbons, atmosfere industriali ed un finale da colonna sonora di “Blade runner” creano uno dei brani più cupi mai realizzati dai Portishead. Ed averlo scelto come primo singolo ha sicuramente il significato ben preciso di voler mostrare la propria evoluzione.
Se nel brano in questione il sound viene “estremizzato”, la stessa miscela si può ritrovare in altri episodi: si fa tribale nella splendida “We carry on” (con una chitarra finale in stile ultimi New Order) e “Nylon smile”, diventa quasi una preghiera vintage/psichedelica in “Small”, fa sognare nella melodia soffice e poi veloce di “The rip”.
Ricordano invece maggiormente il vecchio stile (ma non lo copiano) brani altrettanto interessanti come le iniziali “Silence”, “Hunter” e “Plastic”. Da segnalare anche il breve e simpatico esperimento folk di “Deep water”. Quindi, ricapitolando: i Portishead non hanno vissuto di rendita sul loro glorioso passato (e non era affatto scontato), hanno rischiato, sperimentato un sound nuovo, seppur non rivoluzionario.
Può bastare?

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