«RAIN - Joe Jackson» la recensione di Rockol

Joe Jackson - RAIN - la recensione

Recensione del 25 gen 2008

La recensione

Dopo un lungo esilio autoimposto, Joe Jackson è tornato sui suoi passi. Vive di nuovo in Europa (a Berlino, dove il nuovo disco è stato inciso per intero), stufo di una New York sempre più asettica e di un sindaco, il milionario Bloomberg, che tratta i fumatori impenitenti come lui alla stregua dei peggiori criminali. E sembra aver ripreso a cuore, chissà per quanto, la musica che gli regalò una effimera ma consistente celebrità tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80. Con “Volume 4”, quattro anni fa, aveva ricostituito la band degli esordi riprendendo il discorso interrotto dopo “Look sharp!”, “I’m the man” e “Beat crazy”. E ora quel quartetto è diventato un trio (accanto a lui ci sono ancora Dave Houghton, batteria e voce, e l’insostituibile Graham Maby, basso e voce), che alcune di queste nuove canzoni ha rodato “on the road” l’anno scorso, oliando gli ingranaggi di una macchina che già di suo macina musica che è un piacere. Tre strumenti soltanto, pianoforte basso e batteria e niente chitarre, più una voce inconfondibile che in età matura si avventura spesso e volentieri nel falsetto. Un disco in bianco e nero, si è detto, umbratile e un po’ malinconico come suggerisce il titolo, con un suono ovattato ma che non intorpidisce i sensi, tutt’altro: la dimostrazione lampante che bastano pochi pennelli e una manciata di colori per dipingere un quadro ricco di contrasti e di sfumature. Lo sforzo esplicito di Jackson è stato di costruire canzoni che vivano di vita propria, buone per ogni occasione e indipendentemente dall’arrangiamento che le riveste: di qui la bella scrittura, la forza melodica, il dinamismo ritmico e una semplicità essenziale quanto mai salutare dopo certi voli pindarici un po’ avvitati su se stessi della sua produzione anni ‘90. In “Rain”, al contrario, ci sono solo dieci canzoni montate in una sequenza compatta e filante (“la qualità privilegiata alla quantità”, dice orgogliosamente l’incanutito inglese), una sapienza compositiva che rimanda a Cole Porter e a Burt Bacharach, una perizia strumentale messa al servizio dell’arte di scrivere belle canzoni pop (un pop adulto, acuto ed elegante). Si respira un bel feeling live, quando Joe pesta i tasti con esuberanza e Houghton rulla in libertà (“Invisible man”. “Citizen sane”) mentre Maby scolpisce sulle sue quattro corde belle figure melodiche (“A place in the rain”), o quando “The uptown train” si allunga ad elastico su un groove irresistibile, come se fosse il 1965 e in studio ci fosse ancora il trio di Ramsey Lewis che suona “The ‘in’ crowd”, tra afrori soul jazz e ombre di Blue Note (non a caso Jackson aveva ripreso quel vecchio hit su un altro suo disco in trio, il live “Summer in the city” del 2000). In 47 minuti tornano tanti fantasmi del passato, ringiovaniti e senza puzza di stantio, oscillando tra il beat nervoso dei primi dischi (“King pleasure time”) e il classicismo elegante della maturità (“Solo (So low)”), mentre “Good bad boy” aggiorna le riflessioni acide sullo star system (chi ricorda “Pretty boys” da “Beat crazy”?) e certe ballate meditative rievocano la “day side” di “Night and day” e i più bei momenti piano e voce di “Body and soul”. Manca solo il pezzo da ko, forse, anche se “Wasted time” ci si avvicina molto con il solo handicap di arrivare dopo “Breaking us in two” e “Real men”, “Be my number two” e “Hometown”. Fuori dal mainstream, Jackson è diventato un “uomo invisibile” (“Potete udirmi, mentre svanisco?” sono le prime parole che canta nel disco). ma oggi che i crooner sono tornati di moda un bel posto al sole se lo meriterebbe eccome. Anzi, “A place in the rain”, come da titolo conclusivo di questo album leggero ma per niente frivolo: lui, bastian contrario e outsider di professione, preferisce aprire l’ombrello e godersi la pioggia.


(Alfredo Marziano)
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