«LIVERPOOL 8 - Ringo Starr» la recensione di Rockol

Ringo Starr - LIVERPOOL 8 - la recensione

Recensione del 24 gen 2008 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Non scrivevo di Ringo Starr da più di quattro anni (http://www.rockol.it/recensione-2492/Ringo-Starr/RINGO-RAMA), e mi fa piacere tornare a farlo in occasione dell’uscita dell’album che segna il suo ritorno “a casa”, ovvero alla EMI (e che segue di poche settimane l’uscita, sempre per EMI, del best of “Photograph”).
Cosa ci sia da aspettarsi da un album di Ringo Starr lo sappiamo tutti, ormai: canzoni di “adult oriented rock”, scritte con professionalità, prodotte al meglio (stavolta con la collaborazione di Dave Stewart degli Eurythmics), suonate come Dio comanda e cantate con quella voce che, per quanto fioca e per nulla dotata di estensione, suscita immediatamente un frisson di nostalgia.
E “nostalgia” è la parola-chiave per capire Ringo: uno che non si è mai vergognato di guardare al passato con affetto e commozione, fin dall’album del suo debutto da solista, “Sentimental Journey”, nel quale rieseguiva canzoni che erano state care ai suoi genitori. Sicché, non solo non meraviglia, ma conforta ascoltare “Liverpool 8”, brano che apre e intitola il Cd. “Liverpool 8” è, in un certo senso, la “Penny Lane” o la “Strawberry Fields” di Ringo: un affettuoso, nostalgico ricordo del passato, un po’ sulla livea della recentissima “That was me” di Paul McCartney (da “Memory almost full”). Un midtempo con un ritornello killer, di quelli destinati a diventare un coro da stadio (la “You’ll never walk alone” degli anni 2000?), il cui testo cita senza pudori i nomi degli altri tre Beatles, elenca gli indirizzi delle case di Liverpool abitate da Ringo, rievoca gli inizi e i tempi epici della band, e ogni tanto rivendica l’origine e le radici dell’interprete (“Liverpool I’ve left you, but I’ve never left you down”). Guardate il video (http://www.ringostarr.com/news.php), e non vergognatevi se sul finale una lacrima vi appanna la vista.
Analogamente, “Gone are the days” gioca sul filo della memoria dei tempi psichedelici, e “Harry’s song” è un ricordo gentile e affettuoso, col sapore della canzone da musical, dello scomparso Harry Nilsson, compagno di bisbocce del periodo del “lost weekend” con John Lennon. Ringo dà il meglio di sé nei brani semplici e orecchiabili, come “Give it a try”, caratterizzata – come buona parte dei testi dell’album – da quella filosofia “peace & love”, di ottimismo positivo ma dolceamaro (vedere la conclusiva “R U Ready”, riflessione in stile country&western sull’attesa della morte) che è da sempre nel DNA di Ringo. La scanzonata “If it’s love that you want”, che suona come una riscrittura di “No no song” (da “Goodnight Vienna”), la romantica “Love is” e la old fashioned “Pasodobles” sono gli altri episodi più piacevoli di un album orgogliosamente “fuori moda”: come ha scritto David Quantick di “Uncut”, “una piacevole vacanza dal doversi far piacere per forza i Radiohead”. Condivido di tutto cuore.

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