«MOTHERSHIP - Led Zeppelin» la recensione di Rockol

Led Zeppelin - MOTHERSHIP - la recensione

Recensione del 28 nov 2007

La recensione

H.G. Wells non l’aveva previsto, ma il rock è una formidabile macchina del tempo. Pensate a quel che sta succedendo oggi, novembre 2007. Sul tetto della O2 Arena di Londra incombe da settimane l’ombra del Dirigibile (guardatevi, se non lo avete già fatto, la home page di www.ledzeppelin.com, e rabbrividite). Intanto, a 36 anni esatti dalla sua pubblicazione sul classico quarto album, “Stairway to heaven” entra per la prima volta nella classifica inglese: mai edita prima su singolo, formato che gli Zeppelin detestavano e aborrivano, ma oggi offerta in sacrificio rituale ai downloaders di tutto il mondo (come cambiano i tempi). Nel mentre, oltre a una versione ampliata, riveduta e corretta di “The song remains the same”, film su doppio dvd e colonna sonora su doppio cd, dai cieli piomba giù a bomba l’ennesima antologia. Di diverso dai “Remasters” del 1990 e dagli “Early days” e Latter days” del biennio 1999-2000, “Mothership” sfoggia una nuova rinfrescata al suono (Page e il fonico Kevin Shirley hanno fatto un gran lavoro: e sì, devo ammetterlo, “Stairway” e le altre non suonavano proprio così sulla mia vecchia fonovaligia del tempo che fu), una scaletta appena appena rimaneggiata ma non necessariamente migliore, un breve saggio a firma di David Fricke e, nell’edizione deluxe, un estratto dal “Dvd” di quattro anni fa.
Li hanno scelti gli Zep in persona, i 24 titoli snocciolati in sequenza cronologica, e dunque c’è poco da recriminare: anche se mancano “What is and what should never be”, “Going to California” e “The battle of evermore”, se le canzoni da “Houses of the holy” sono un po’ troppe (compreso quell’esile giochino caraibico che fu “D’yer maker”) e troppo poche quelle da “III” (nessun souvenir da quella seconda, bellissima facciata acustica). Fa lo stesso: neofiti, smemorati e pentiti hanno di che rivivere una saga avvincente, esagerata e fiammeggiante come quella del Signore degli Anelli, citato en passant tra le dodici corde, le slide e le sgommate ritmiche di “Ramble on”. Il primo Cd prende il via dalle macerie degli Yardbirds (le nebbie sulfuree, il bolero e le corde pizzicate con l’archetto di violino di “Dazed and confused” arrivano da lì), racconta di strusci promiscui e di scippi mordi e fuggi ai progenitori del blues (nei crediti, dopo anni di amnesie, sono tornati Robert Johnson e Memphis Minnie), di eccitazioni anfetaminiche e di testosterone in libera uscita (“Good times bad times” e “Communication breakdown” sono gli Zeppelin in fasce, garage e pop, scariche di adrenalina da due/tre minuti che la Gibson di Page e il basso di Jones, scafati volponi da studio di registrazione, servono sul piatto ai muscoli di Bonham e all’ugola di Plant, il Marte e l’Apollo dell’olimpo rock). Con il theremin, le urla orgasmiche e il riff paradigmatico di “Whole lotta love”, con gli arpeggi rinascimentali, la chitarra a doppio manico e il crescendo celestiale di “Stairway to heaven” siamo in terra santa del rock. Ma lo Zeppelin non è mai stato un monolite: con il maximum blues di “Since I’ve been loving you” (il miglior assolo mai inciso da Page?) e “When the levee breaks” (ah, quella devastante batteria registrata sotto la tromba delle scale a Headley Grange…) convive l’amore per la musica acustica (il flamenco folk di “Babe I’m gonna leave you” arriva dal repertorio di Joan Baez), e l’hard rock non è solo brutale assalto vichingo all’arma bianca (“Immigrant song”) o omaggio esplicito alle radici (“Rock and roll”) ma anche gioco dinamico di "stop and go" e di sapori esotici (“Black dog”). Il secondo disco sta ovviamente sotto, ma avercene di roba così: “The song remains the same” e “Over the hills and far away”, “Achilles last stand” e la straziata “Nobody’s fault but mine” (rielaborazione di un altro blues tradizionale) sono cattedrali di luci ed ombre, vere sculture rock in movimento, “No quarter” una saga nordica ipnotica e posmoderna in anticipo sui tempi e “Physical graffiti” l’album che ha cresciuto una generazione di grunge rockers e non solo, tra il funk e il clavinet alla Stevie Wonder di “Trampled underfoot” e il kolossal proto etnico di “Kashmir”, Page & Plant folgorati sulla via di Calcutta e del Sahara. Solo con “In through the out door” (le ultime due selezioni) si respira aria claustrofobica e si percepisce l’impaccio di chi non riesce più a reggere il peso del mito: provati da eccessi, stress da superlavoro, tragedie e drammi familiari, sono gli Zeppelin sul punto di gettare la spugna e di rendere l’anima a Dio (John Bonham muore il 25 settembre del 1980). Tutto finito, a parte un paio di zoppicanti reunion che durano un battito di ciglia provocando più sconcerto che eccitazione (il Live Aid, lo show del quarantennale della Atlantic). Fino al 10 dicembre, quando dal Dirigibile i tre Zep sopravvissuti e il figlio di Bonham, Jason, caleranno su Londra provando, ancora una volta, ad accarezzare le ali degli angeli e a tirare il diavolo per la coda.



(Alfredo Marziano)
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