«WE'LL NEVER TURN BACK - Mavis Staples» la recensione di Rockol

Mavis Staples - WE'LL NEVER TURN BACK - la recensione

Recensione del 19 apr 2007

La recensione

Negli anni ’60 Mavis e gli Staple Singers traducevano in canzoni il messaggio di pace e di riscatto razziale predicato da Martin Luther King (nel libretto del cd c’è una bella foto in bianco e nero che lo ritrae accanto a Pops, il capofamiglia). Da un paio di dischi a questa parte, soprattutto nel recentissimo “My name is Buddy”, Cooder s’è rimesso a ripercorre a ritroso i sentieri della musica americana, in cerca di una identità nazionale e di un sentimento di solidarietà collettiva che si sono persi per strada. Erano destinati a incontrarsi, prima o poi: lungo un sentiero che qui li porta a rievocare la grande marcia su Washington del 1963 e i tempi in cui gli afroamericani guardavano alla musica gospel e alla chiesa “per trovare forza interiore” e aiutarsi “a realizzare cambiamenti positivi” (parole della Staples: e che amaro paradosso, pensando a quanto dogmi e intolleranze religiose avvelenano il mondo di oggi). La Staples, chicagoana classe 1940, c’era, quando sui pullman i neri dovevano lasciare il posto ai bianchi e di notte brillavano per strada le croci infuocate del Ku Klux Klan; quelle cose le ha vissute sulla sua pelle e le ha viste con i suoi occhi (“My own eyes”: come quella volta, nel 1965, che un poliziotto razzista sbattè lei e il resto della famiglia in una cella di West Memphis, Arkansas, facendole temere di non uscirne viva). C’era come c’erano Rutha Harris, Charles Neblett e Bettie-Mae Fikes, i leggendari e ricostituiti Freedom Singers degli anni Cinquanta che provvedono ai backing vocals in oltre metà del disco, rimpiazzati in qualche occasione dai Ladysmith Black Mambazo che, in quanto neri sudafricani, il razzismo e la segregazione li conoscono altrettanto bene. E cantava già quelle canzoni che, come scrive nelle note di copertina il deputato democratico afroamericano John Lewis, riportano la mente “alle colline di creta rossa della Georgia, alla Cintura Nera dell’Alabama, al Delta del Mississippi” così come lo raccontavano il bluesman militante J.B. Lenoir e Marshall Jones, un altro dei “Cantori della Libertà”: gli calzano a pennello i suoni sordi e cupi del basso di Mike Elizondo e delle percussioni di Jim Keltner e Joachim Cooder, quel timbro di chitarra elettrica saturo, sporco e fangoso che Ry aveva messo da qualche tempo in soffitta. C’è un filo più che esplicito con l’attualità, ovviamente, oggi che l’Iraq replica errori e orrori del Vietnam e la tragedia di New Orleans ha brutalmente ricordato a tutti che le disgrazie sono disgrazie, ma se sei povero, nero e sfigato è peggio. E c’è una tradizione che continua a rigenerarsi: “Jesus on the mainline” Cooder l’aveva già incisa nel lontano 1974 in uno dei suoi dischi migliori, “Paradise and lunch”, mentre “Eyes on the prize” e “This little light of mine” sono finite, non a caso, nel repertorio folk di Springsteen versione “Seeger Sessions”. Ry ha scelto per Mavis una dieta ipocalorica di suoni come quella che Joe Henry riservò a Solomon Burke ai tempi di “Don’t give up on me”, cinque anni fa (in entrambi i casi l’etichetta è la Anti di Andy Kaulkin, e forse non è una coincidenza). Ma le somiglianze finiscono lì: qui il cuore del disco sono i vecchi inni del movimento dei diritti civili che Mavis aggiorna e personalizza autobiograficamente dominando la scena con una presenza imponente e una autorevolezza che non ha bisogno di strepiti e fuochi d’artificio (imparassero da lei, certe divette del neo-r&b…). Gli “originals” che lei e Cooder hanno scritto per l’occasione sono soltanto due, la citata “My own eyes” e una vibrante “I’ll be rested” in cui la Staples chiama all’appello MLK, Bob Kennedy, fratello Malcolm (X), papà Pops e tanti altri. Ed è una sorpresa che non sfigurino affatto in confronto al repertorio vecchio e nobile: anzi, proprio da lì arrivano i brividi più forti di un disco che trasuda umanità e dedizione.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

04. In the Mississippi river
06. This little light of mine
08. My own eyes
09. Turn me around
10. We’ll never turn back
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