«VICKY LOVE - Biagio Antonacci» la recensione di Rockol

Biagio Antonacci - VICKY LOVE - la recensione

Recensione del 18 apr 2007 a cura di Paola Maraone

La recensione

“Vicky” è il diminutivo di Vittoria: la vittoria dell’amore, spiega Antonacci che pubblica questo suo disco – undici inediti – a due anni di distanza da “Convivendo” parte 1 e 2, più di un milione di copie vendute.
Protagonista assoluto l’amore (serve specificarlo?) per un disco più esile, diretto e nudo rispetto ai suoi due predecessori di successo, con canzoni che sono tutto fuorché radiofoniche (“Coccinella” dura sei minuti e ha una coda solo strumentale, molto lunga), e che arrivano in un momento in cui Biagione, ormai abbondantemente varcata la soglia dei 40, probabilmente è ben consapevole di non avere più nulla da dimostrare.
Un album alla cui radice stanno scelte libere, a quanto pare, e che per il loro coraggio, comunque, vengono premiate (il disco è subito balzato in testa alla classifica dei più venduti). Un album dalle atmosfere coerenti con le più antiche produzioni di Biagio ma che, al tempo stesso, cambia un pochino la prospettiva ed è capace qua e là di qualche sorpresa radicalmente anticonformista (cfr. musica e testo di “Giù le mani capo”, un brano che stranamente non parla d’amore ma di un tentativo di riscatto sociale).
Un disco più esile e nudo, dicevamo, ma anche abbondantemente suonato, con gradevoli miscugli che attraversano almeno 4 decenni di storia della musica pop, dai Sessanta in poi: richiami gitani/balcanici (“Sognami”), melodie raffinate su testi intimisti (“C’è silenzio”), pezzi che puntano immediatamente a scatenare emozioni (“E’ soffocamento”), brani più radio-friendly e decisi (“Lascia stare”, il primo singolo).
Si può dire che in “Vicky love” ci sia di tutto, nell’ambito della biagitudine, s’intende. Con qualche inatteso riferimento esplicitamente erotico nei testi delle canzoni (“Non eri tu”, “L’impossibile”), e nel booklet del CD, in cui l’artista è ritratto nudo (“E’ un nudo artistico”, si schermisce lui). Cose che Antonacci si è deciso a fare fors’anche per la riflessione di qualche riga più sopra: passati i 40 si sente meno condizionato, più coraggioso, più libero di prendere la sua poltroncina da regista e di spostarla (almeno) qualche metro più in là.

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