«CAST IRON SOUL - Danny & Dusty» la recensione di Rockol

Danny & Dusty - CAST IRON SOUL - la recensione

Recensione del 05 apr 2007

La recensione

Proprio una strana coppia, Dan “Danny” Stuart dei rinati Green On Red e Steve “Dusty” Wynn, l’ex Dream Syndicate protagonista dagli anni Novanta di un pregevole, per quanto sotterraneo, percorso artistico da solista. Come Walter Matthau e Jack Lemmon: uno burbero, irascibile e un po’ pazzoide, l’altro più cool, controllato e diligente. Vecchi amici e compari di baldorie dai tempi eroici del Paisley Underground, effimera ma movimentata corrente musicale che nella California anni Ottanta andava alla riscoperta delle radici “garage” e psichedeliche del rock americano, successivamente in rotta di collisione tra di loro con una coda di polemiche, insulti e veleni. Il tempo che passa e una sequenza di eventi casuali (il ritrovarsi a vivere nella stessa città, un incidente alla caviglia che ha stoppato l’irrequieto vagabondaggio di Wynn) li hanno riportati al punto di partenza e a dimenticare i vecchi screzi. D’improvviso, californiani a New York, i due si sono ricordati di quel “weekend perduto” (“Lost weekend”) di ventidue anni fa quando, complici altri musicisti del giro e alzate di gomito oltre il limite di guardia, si inventarono un disco stropicciato ma sincero, arruffato ma spontaneo in puro, disordinato stile honky tonk e rock&roll. Non il migliore delle loro carriere, di sicuro, ma simbolico per l’approccio, l’umore e l’atteggiamento che avrebbe poi ispirato gente come gli Uncle Tupelo di Jeff Tweedy e Jay Farrar, i Jayhawks, i Whiskeytown di Ryan Adams. Rieccoli qui, circondati da alcuni degli amici di allora (il chitarrista Stephen McCarthy, ex Long Ryders, e il tastierista Chris Cacavas, che a Stuart sta come Roy Bittan a Springsteen) e un paio di nuove reclute (Johnny Hott e Bob Rupe, entrambi già nei Gutterball di Wynn). E, sorpresa, sono forse meglio di allora. Più rugosi ma anche più smaliziati e malinconici che nel 1985: anche se i vecchi vizi, vien da pensare, non li hanno mai abbandonati. Aprono infatti celebrando “The good old days” tra fiati caciaroni in stile New Orleans, voci strascicate, bicchieri tintinnanti e il vociare degli amici, e in fondo al disco piazzano uno smandrappato honky tonk per ricordarci cosa li ha portati fino a qui (“That’s what brought me here”): “Ho comprato la mia prima chitarra nel 1969/ho visto Woodstock al cinema l’anno successivo/ ho suonato in qualche gruppo quand’ero al liceo/ ho scritto una canzone o due” e via rimembrando il whisky trangugiato per vincere la paura del palco, il gran casino prodotto dalla musica amplificata, la vita on the road all’inseguimento di effimeri arcobaleni: una bella autobiografia da rocker condensata in poche, semplici strofe.
In mezzo si e ci ricordano delle loro passionacce, dei loro eroi: Lou Reed e i Velvet (“Cast iron soul”), Dylan e Neil Young (“Last of the only ones”, “Thanksgiving day”), i gruppi underground di “Nuggets” e l’attore Warren Oates amato da Sam Peckinpah a cui intitolano una intensa ballata elettrica: come loro protagonista di storie di sesso, violenza, redenzione e amicizia virile; come loro caratterista di spessore oscurato dalle star che si pigliano tutte le luci della ribalta. Anche Danny & Dusty sono sempre stati un passo indietro, ma con una autenticità e una adesione al ruolo rare da trovare: Stuart suona sincero e struggente anche quando si abbandona parole d’amore strasentite (“Let’s hide away” è uno spezzacuori), la filastrocca newyorkese di Wynn (“New York City lullaby”, con fiati r&b e atmosfera notturno-metropolitana) evoca come meglio non si potrebbe una città bohémien che forse non esiste neanche più dopo l’11 settembre e le purghe delle amministrazioni Giuliani & Bloomberg. Sono ancora brutti, sporchi e cattivi, i due, come gli amati eroi dei western e dei romanzi hard boiled (anche se Wynn ha sempre avuto una faccia carina ed è sempre piaciuto alle donne). “Crudeli per natura” (“It’s my nature”) e con un “anima di ferro”, strapazzano le chitarre elettriche come i vecchi Seeds (“Hold your mud”, un treno deragliante a tutta velocità) e il blues come i vecchi Hot Tuna (“Raise the roof”, “JD blues”, un omaggio al produttore Foster), amano ancora fare casino ma anche abbandonarsi al loro romanticismo cinematografico e da racconto noir. Non hanno mai inventato niente ma sono una testimonianza vivente dello spirito libero e selvaggio del rock&roll. E si meritano un bel brindisi alla salute. Anche due o tre.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

05. Raise the roof
08. It’s my nature
10. Let’s hide away
11. JD’s blues
12. That’s what brought me here.
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