«TIME OUT OF MIND - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - TIME OUT OF MIND - la recensione

Recensione del 01 gen 1998

La recensione

Quando qualche mese fa il suo cuore fece i capricci, per una settimana l’intera comunità mondiale del rock tremò. Uscendo incolume dall’esperienza che lo aveva portato vicino alla morte per una infezione ad una valvola, Bob Dylan commentò: "Ad un certo punto credevo che avrei incontrato Elvis veramente molto presto...". In "Time out of mind", l’album che segna il suo ritorno a quelle vette artistiche che, ormai, riesce a toccare non più di una volta ogni lustro, tanta ironia ed audacia sono scomparse e non riescono a bucare la coltre di pensieri tristi e pesanti che sfilano sotto i ricci del menestrello di Duluth.

Bob Dylan suona il blues, in tutti i sensi (si ascoltino, in proposito, "’Til I fell in love with you" e "Dirt road blues", che trovano un degno contraltare solo in "Make you feel my love"): affiancato da un grande Duke Robillard alla chitarra e da Jim Dickinson al piano ed alle tastiere, questa volta non ripone più tutte le speranze di rifioritura artistica nel produttore - quel Daniel Lanois che lo aveva riaccompagnato sull’Olimpo con il suo tocco magico in "Oh mercy", solo pochi anni fa; è un Dylan minimalista, questo, che esce con un disco che è permeato dal suono essenziale tipico di un club fumoso la sera tardi, e che alla voce più debole che un tempo (ma non malferma per questo, anzi: graffiante e suadente, invece) affianca più volentieri le dodici battute rispetto alle melodie folk dei (suoi) momenti importanti.

A 56 anni suonati, al quarantunesimo album di studio, Dylan non è certo più la voce di una generazione, nemmeno della sua che, per raggiunti limiti di età, ai proclami ed alle proposizioni ha ormai sostituito le considerazioni e, ahinoi, quasi le valutazioni finali. L’artista si estranea, si pone in prospettiva, racconta quasi a se stesso le sue storie, tanto poco è chiaro quale sia il suo interlocutore; sono memorie da confessionale, le sue, che sgorgano in liriche da brivido, come sempre.

"Cerco di avvicinarmi, ma sono ancora ad un milione di miglia da te" ("Million miles"), è il grido di amore disperato che scivola su un groove di rara classe; "Non è ancora buio, ma ci stiamo arrivando" ("Not dark yet"), ribadisce poco dopo; "E’ così, quando le cose cominciano a disintegrarsi", canta, infine, in "Can’t wait" tra il rauco ed il nasale: il vecchio Bob non sa più quanto tempo potrà aspettare ed intende sibilarlo al mondo, mentre gli strumenti disegnano un sound basilare e necessario.

Bob Dylan mette insieme la migliore canzone dell’album con "Tryin’ to get to Heaven", il brano in cui la simbiosi tra la poesia del testo ("Cerco di arrivare in Paradiso prima che chiudano la porta") ed il suono - una ballata sincopata, con riff distanti e "strappati" che ricordano Mark Knopfler - è veramente completa. Il gruppo che lo circonda lavora per metterlo a proprio agio e riesce a fargli consegnare al suo pubblico una nuova perla. Ai più parrebbe quasi futile perdersi in considerazioni strettamente musicali parlando di un album di Mr. Tambourine Man, ma "Time out of mind" reclama attenzione anche per questo: è un disco cucito a mano, è ruvido, suona anni Quaranta e Cinquanta, ma suona così bene...

Giudicare, infine, il lavoro svolto da Daniel Lanois in questo CD è, più che altro, un dovere cui si è chiamati dal nome e dalla reputazione del produttore; obiettivamente, però, si rivela un esercizio proprio curioso. E’ grande, per un verso, la sua abilità nel creare la situazione sonora ideale per ovattare una inattesa crisi sentimentale ed esistenziale di Dylan (ma è un re-make di "Blood on the tracks"?, si chiedono molti di fronte allo strazio del poeta, simile a quello di oltre vent’anni fa, quando il suo divorzio e la sua mezza età consegnarono un capolavoro agli annali del rock); ma, sotto altri aspetti, appare decisamente defilato in confronto al tessuto di atmosfere con cui aveva avvolto "Oh mercy".

Mai come questa volta New Orleans (allora) e Miami (oggi) sono così lontane.

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