«BAU - Mina» la recensione di Rockol

Mina - BAU - la recensione

Recensione del 20 dic 2006 a cura di Paola Maraone

La recensione

C’è che Mina non è solo una cantante. Ma un’attrice e una performer navigata e bravissima, capace di surrogare la sua assenza fisica con una serie di presenze altre importantissime e preziose. Così il suo nuovo disco non è solo un disco ma anche un film, un libro e qualunque cosa sia in grado di condurre le persone in viaggio attraverso la vita rendendola loro lieve anche quando lieve non è.
C’è anche che questo disco, al solito, è tutto un affare di famiglia. Non solo Massimiliano Pani – che produce - ma addirittura Axel, il nipotino, al suo esordio in musica con “Per poco che sia” (voce di Mina leggera, in punta di piedi; pezzo dolce e toccante) che insospettabilmente è una delle canzoni più belle dell’album. Poi, certo, ci sono Andrea Mingardi e Maurizio Tirelli, che firmano assieme sette canzoni (più un’ottava del solo Mingardi, scritta e cantata da lui nel 1976); Mina le ha scelte non perché avesse un accordo preventivo con loro ma perché avendone sentite tante ha deciso che quelle sette erano tra le sue preferite. Qualche parola sul “corpus” del duo, che in pratica ha composto un album nell’album: il pezzo d’apertura, “Mogol Battisti”, è una bella prova pop(olare) e allegra, con un testo banale eppure, grazie soprattutto alla voce di Mina, credibile (provate a cantarlo voi, “Ringrazio il cielo perché esisti, sei come il sole che cancella i giorni tristi”. Fatto? Bene. Siete patetici). Poi ci sono il pezzo nonsense “Sull’Orient Express”, protagoniste le avventure esotiche di uno strano personaggio, e poi “Johnny Scarpe Gialle”, tra jazz club e Buscaglione, una canzone scritta venticinque anni fa. E ancora, “Nessun altro mai”, che rimanda a una Mina d’altri tempi, un pezzo molto ricco, quasi pomposo, con un ritornello assai trascinante e assai minesco (qualcuno potrebbe trovarlo “troppo” minesco. Non noi). Ancora, “The end” con i suoi fiati e le atmosfere vagamente decadenti, rese ancor più affascinanti dalla patina del tempo; e la malinconica “L’amore viene e se ne va”, e la (assai meno memorabile) “Inevitabile”.
Gli altri contributi non sono irrilevanti: pensiamo per esempio alla disimpegnata e leggera “Come te lo devo dire”, del giovane Agostino Celti; e poi, di Giancarlo Bigazzi, “Fai la tua vita”, straordinaria prova vocale di Mina. In generale, “Bau” è un disco che non ha nulla da dimostrare a nessuno, a partire dal titolo. Irriverente come la sua interprete. Che appunto, nonostante sia fisicamente lontana ogni volta che fa un disco permette a chiunque abbia voglia di ascoltarlo un po’ di entrare prepotentemente nella sua vita. Non è generosità, questa?
Forse sì. O forse è solo sincerità, un dire: questo io so fare, questo, dopo tanti anni, ancora mi piace fare. Come si evince in “Datemi della musica”, che chiude l’album, il famoso ottavo brano di Mingardi che dopo trent’anni rivede la luce: è una canzone-manifesto dall’incedere maestoso, un pezzo incisivo e trascinante in cui Mina si confessa e avanza un sacrosanto diritto: che le lascino fare quello che le interessa davvero.

Bau Mina Pop
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