«THERE IS A SEASON - Byrds» la recensione di Rockol

Byrds - THERE IS A SEASON - la recensione

Recensione del 19 dic 2006

La recensione

Si può cominciare dal lettore video. Le immagini vintage, quasi tutte in bianco e nero, contenute nel “bonus dvd” di mezz’ora, 10 esibizioni alla tv americana (“Hullabaloo”, “Shivaree”, Top Of The Pops, “The Smothers Brothers Comedy Hour”) catturate tra il 1965 e il 1967, dicono tutto a dispetto dell’audio spesso traballante, dei goffi playback e delle scenografie ingenue e artificiose, con tutti quei ballerini professionisti e gli improbabili figuranti: i ragazzi e le ragazze non potevano non andare in visibilio, i Byrds non potevano fallire. Troppo perfetti nei tempi e nei modi, come risposta all american alla British Invasion capeggiata da Beatles e Stones. Troppo cool, con i capelli a caschetto, le giacche e i maglioni dolcevita, gli occhialini rettangolari di McGuinn e i cappelli di Crosby. E troppo diversi dagli altri, con quegli arpeggi a cascata, quelle voci che si curvavano in un arco celeste, quelle canzoni irresistibili che attingevano alla tradizione (“Turn! Turn!Turn!”), alle folgorazioni poetiche di un giovane visionario (mr. Bob Dylan, of course), alle nuove medicine che allargavano la coscienza (“Eight miles high”, anche se lì si parla anche e soprattutto della loro prima traversata transoceanica con sbarco a Londra). “Mr. tambourine man” conquistò subito le due sponde dell’Atlantico, nell’estate del 1965, e il rischio era che i cinque ragazzi di Los Angeles diventassero uno dei tanti “one hit wonder” che costellavano le classifiche di quegli anni: come Sam the Sham and the Pharoes, come i McCoys, come i Toys o i Marvelous, frequentatori dell’iperuranio delle charts in quegli stessi mesi. E invece no: come molti già sanno, la storia è arcinota, questo è il gruppo che ha forgiato il folk rock elettrico e il country rock, che ha anticipato la psichedelia di San Francisco, aperto strade verso il jazz, l’Africa e l’Oriente e inventato il “jingle jangle”, quel modo morbido e scampanellante di arpeggiare le chitarre (possibilmente di marca Rickenbacker) che ha poi ha fatto la fortuna di tanti figliocci, Tom Petty e R.E.M. in testa. E che ha nutrito, nelle sue diverse incarnazioni, almeno tre giganti della musica americana (Jim “Roger” McGuinn, David Crosby e Gram Parsons), più uno che immeritatamente non riuscì a diventare tale (Gene Clark, l’eroe misconosciuto per eccellenza).
Difficile riassumere una storia così spesso raccontata, e complicata e turbolenta, senza venire accusati di aver tralasciato qualcosa, di non aver frugato abbastanza nei cassetti, di non avere confezionato per davvero “the complete Byrds story”. E’ già capitato anche a questo cofanetto, che arriva sedici anni dopo un altro box anch’esso articolato in quattro cd, “The Byrds”, soprattutto dopo le esaurienti ristampe rimasterizzate, rinforzate su doppio cd e zeppe di outtakes, dell’intero catalogo storico. Non essendo un “completista” dell’opera del gruppo, chi scrive soprassiede e pensa piuttosto a gustarsi i contenuti: confezione molto elegante con bella copertina rosso vivo, eccellente libretto di 100 pagine con belle foto, contributi scritti di McGuinn, Petty, Gary Louris (Jayhawks) e del celebre giornalista David Fricke, soprattutto le 99 stazioni audio di un percorso fantastico che si snoda tra il 1964 e il 1990, il Sunset Strip di Los Angeles e il resto del mondo. Un percorso squilibrato, certo: nel corretto rispetto della cronologia, tra i primi due cd e mezzo e la parte rimanente non c’è davvero confronto, e nei primi cinquanta titoli c’è già quasi tutto il meglio della storia. Succede spesso nelle rock biografie, che molto raramente sono romanzi avvincenti fino all’ultima pagina. Qui, a differenza di quel che avveniva col box precedente, si parte con l’antefatto, un breve cappello introduttivo d’altronde già raccontato da antologie di rarità come “Byrd parts” della Raven (1998): siamo nel 1964 e McGuinn, Crosby & Clark, alias i Jet Set, imitano spudoratamente i Beatles nonostante il travestimento folkie e le chitarre acustiche; quando ingaggiano Chris Hillman e Michael Clarke per rinforzare l’impatto ritmico si ribattezzano Beefeaters, confessano già nel nome il loro debito di riconoscenza verso la nuova onda proveniente dal Regno Unito. Il primo a smarcarsi è l’eccentrico Crosby, che in “Airport song” vola già in direzione della California acida e sognante del 1967-70, mentre “You showed me” è un prototipo di quelle meravigliose three part harmonies che diventeranno il marchio di fabbrica del gruppo, di un luogo e di un’epoca (una specie di canto gregoriano adattato all’età supersonica, lo definisce Fricke). Alla traccia n.7 deflagra “Mr. tambourine man”, e da lì in poi niente sarà più lo stesso (anche se a suonare in studio con McGuinn, si verrà a sapere in seguito, il produttore Terry Melcher non volle gli imberbi Byrds ma turnisti esperti). Tra quintali di Dylan (“All I really want to do” e “Chimes of freedom”, “”It’s all over now baby blue” e “The times they are a-changin’”, più “My back pages”), il folk rivitalizzato da Pete Seeger (“Turn! Turn! Turn””, “The bells of rhimney”) e qualche bella pagina firmata Carole King (“Goin’ back”, “Wasn’t born to follow”, anche sulla colonna sonora di “Easy rider”) i primi due cd sono anche il regno del timido Gene Clark. Non solo con i pezzi più celebri, “I feel a whole lot better”, “Set you free this time” e “Here without you”, apice della sua malinconica arte pop, ma anche con manufatti di seconda fila come “The day walk”, una outtake recuperata già per il box set precedente che anticipa le atmosfere dei cugini di San Francisco, Jefferson Airplane e Moby Grape. McGuinn e Hillmann rispondono con l’inno irresistibile e glamour di “So you want to be a rock and roll star” e la tromba jazz di Hugh Masekela, poi si bardano da cavalieri elettrici del bluegrass anticipando le mosse di “Sweetheart of the rodeo” e dei Flying Burrito Brothers (“Old John Robertson”, “Time between”). Si respira anche, e forte, l’America di quei tempi, soprattutto nelle canzoni di Crosby: “He was a friend of mine” (un traditional, versione live inedita per la radio svedese) piange la morte di John Kennedy e “Everybody’s been burned” la perdita dell’innocenza, “Renaissance fair” e “Tribal gathering” profumano di incenso e tintinnano di collanine come i primi raduni hippie a LA e a Frisco, “Draft morning” rimbomba di trombe militari, spari e rivolte nei campus universitari, “Triad” (rifiutata dal gruppo) sfida la morale corrente inneggiando al triangolo amoroso. Lo sforzo collettivo è la stupefacente vertigine di “Eight miles high”, chitarre che ronzano come reattori, il testo pensoso di Clarke, McGuinn e Crosby che inseguono le scie di Coltrane e Ravi Shankar. Quando si apre il cd 3, David e Gene non ci sono più da tempo e accanto a McGuinn è arrivato il “cowboy cosmico” Gram Parsons: è un’altra rivoluzione strisciante, anche se all’epoca pochi lo compresero, un guardare indietro per andare avanti, con Guthrie, i Louvin Brothers, l’honky tonk, le ballate tradizionali e l’immancabile Dylan a indicare la via (anche l’alt. country di oggi, molte cose dei Wilco, Lucinda Williams e Ryan Adams, arrivano da lì). Dura poco, la formazione cambia ancora e la tensione cala di brutto, “Dr. Byrds and mr. Hyde”, “The Byrds (Untitled)” e “Byrdmaniax” non valgono un’unghia dei primi due album, di “5D (5th dimension)”, di “Younger than yesterday” e neppure di “The notorious Byrd Brothers”, nonostante la gran chitarra di Clarence White e “Chestnut mare”. Ci sono anche “Lay lady lay” e “Jesus is just alright”, un tris di inediti dal vivo (del periodo “Untitled”, 1970) e la bella “Ballad of easy rider”, ma ormai si plana a motori spenti verso la pista di atterraggio: inevitabile, quando si è volato a 8 miglia di altezza.

(Alfredo Marziano)

Un elenco completo dei brani in tracklist si trova al seguente indirizzo:
http://www.legacyrecordings.com/artists/thebyrds/thereisaseason_p76034.html
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