FLY

Universal (CD)

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Il nostro soul man numero uno viaggia sempre a due velocità, sulle highways e le country roads della bassa padana. Marce basse, andatura confortevole e sicura nelle ballate, sgommate plateali e qualche fuori giri nei pezzi veloci. “Fly”, il nuovo album che segna la separazione (temporanea?) dal produttore storico Corrado Rustici e l’arruolamento in sua vece dello scafatissimo Don Was, non viene meno a questa classica dicotomia, con Zucchero calato alternativamente nei panni di un Dr. Jekyll lirico, assorto, malinconicamente maturo e in quelli di un mr. Hyde scavezzacollo, edonista e caciarone. Per carità, diavolo e acqua santa hanno diritto di convivenza, in lui come probabilmente in ognuno di noi: ma i risultati di questo sdoppiamento, in termini puramente artistici, restano parecchio sbilanciati. Detto questo, le notizie buone stavolta non mancano e “Fly” suona complessivamente come il disco più convincente del Nostro forse dai tempi di “Oro, incenso e birra”, uno dei suoi top assoluti. Merito della sua caparbietà e merito di Was, che gli ha cucito addosso suoni asciutti, più organici e biologici, analogici e “post vintage”, usando lo stuolo di chitarristi (Michael Landau, Waddy Wachtel, Tim Pierce, Greg Leisz), bassisti (Randy Jackson, Pino Palladino), percussionisti (Jim Keltner, Kenny Aronoff, Lenny Castro, Amir Questlove Thompson dei Roots) e tastieristi (il vecchio leone dell’r&b revival inglese Brian Auger) a disposizione senza strafare, pensando in primo luogo alla canzone e al “vestito” sonoro più appropriato. E’ un disco “suonato”, questo (molto più del precedente “Shake”), e si sente: sarà un caso che il pezzo più bello di tutti, “Occhi” (un po’ Battisti, un po’ carola natalizia e un po’ gli U2 di “One”, con un bel falsetto a guarnire il tutto) è eseguito in essenziale quartetto rock con il vocalist impegnato personalmente all’Hammond, al mellotron e alle chitarre? Clamorosamente evocativo e francamente irresistibile per chi ha superato gli “anta” è anche l’organo alla Procol Harum di “Quanti anni ho”, tenera dedica al figlio Blue adagiata su un prato di suoni distesi e luminosi, tra “cieli immensi e colline/Giugni azzurri nel cuore”, sapori rurali e cartoline ingiallite da Roncocesi (il paese natale) con un finale in sospeso che ricorda Peter Gabriel. C’è calore e c’è colore (“In un sogno amaranto”…) anche in “E’ delicato”, scritta con la collaborazione di Ivano Fossati, c’è spazio e c’è profondità in “L’amore è nell’aria”, forti entrambe di una robusta scrittura melodica e di una voce utilizzata al meglio delle sue possibilità timbriche ed espressive. Non male anche “Troppa fedeltà” con quel testo autobiograficamente sincero frutto di un brainstorming con Lorenzo Jovanotti Cherubini, mentre “E di grazia plena” mescola Madonne e anime che luccicano a “profumo di sesso e mela” (rieccoli, il sacro e il profano) e “Let it shine” celebra la New Orleans disastrata del post Katrina. E’ vero che oggi lo fanno un po’ tutti e che il coro gospel di bambini allestito per l’occasione arriva da Scandicci, ma quel che conta è il risultato: una piccola preghiera accorata che non va sopra le righe, una bella chitarra slide, e poi in fondo il nostro non dimora da tempo nella nazione virtuale della Lunisiana?
Le stonature arrivano solo quando il ritmo accelera. “Bacco perbacco”, che tutti hanno già mandato a memoria, rientra in quella ormai lunga teoria di pezzi frivoli e usa e getta alla “Baila” e “Il grande Baboomba”. “Un kilo”, con quel “poroporoponponpero” sparato a ripetizione, è una furbata che s’attacca all’orecchio e non ti molla più, ma tutto sommato il cocktail di Battisti, chitarra alla Stones e ritmo alla Roots (Questlove, appunto) meritava miglior fortuna (altre citazioni esplicite nel testo, tra Bono e Curtis Mayfield, con quel “Voglio saltar sul treno/Quando l’amore arriva in città”). “Pronto”, altri sentori stonesiani, si fa notare soprattutto per quel testo che confessa paura “Degli americani/E degli inglesi/ E degli italiani/ Dei musulmani/E anche dei cristiani”. E “Cuba libre” è un piccolo Frankenstein con la testa nella California di The Mamas & The Papas, la lingua di Manu Chao (“Mi piace la lasagna/E poi mi piaci tu”….) e i fianchi che si muovono a ritmo di salsa inneggiando a Fidel. Chi scrive ne avrebbe fatto anche a meno, ma intanto è stato scelto come singolo internazionale e probabilmente va a finire che diventa un riempipista al Club Med. Capiamo le esigenze di alternare ritmi e atmosfere in scaletta, e alla casa discografica serve un ventaglio di singoli da utilizzare in funzione della stagione, i pezzi danzerecci per l’estate, quelli più riflessivi per l’inverno. Ma resta il fatto: le “ballads” battono i “rockers” 4-0, e meno male che stavolta sono decisamente in maggioranza. Peccato invece che nell’edizione italiana del disco manchi la cover di “A salty dog” versione Fornaciari-Panella. Magari ci ripenseranno in fase di ristampa?

(Alfredo Marziano)