«PANE BURRO E MEDICINE - Omar Pedrini» la recensione di Rockol

Omar Pedrini - PANE BURRO E MEDICINE - la recensione

Recensione del 27 giu 2006 a cura di Nunzio Tomasello

La recensione

Riposta in fondo al cassetto l’ultradecennale esperienza a capo dei Timoria, Omar Pedrini è oggi un rocker garbato e sui generis, lontano dagli stereotipi come pure dagli effimeri clamori che affollano l’odierno immaginario mediatico, libero - soprattutto - di assecondare solo se stesso e la propria inquieta ispirazione. Così, a due anni di distanza da "Vidomar", eccolo tornare alla ribalta con questo "Pane burro e medicine", un album (il terzo della sua carriera solista) dai toni per lo più rilassati e ironicamente autobiografici, sebbene necessariamente segnato dai postumi del lungo percorso di “riabilitazione” che il cantante e musicista bresciano ha intrapreso in seguito ad un aneurisma aortico. Un capitolo particolarmente buio e doloroso che Omar ha scelto di esorcizzare a modo suo, rifugiandosi fra le mura di uno studio di registrazione (l’Esagono di Rubiera) e utilizzando la musica come una sorta di rimedio omeopatico alle ansie del recente passato. Il risultato si è così tradotto in una manciata di ballate pop rock, semplici e sofisticate insieme nel loro miscelare leggerezza e spessore, tradizione e modernità, robusti arrangiamenti elettrici e inedite sonorità sintetiche (queste ultime ottimamente curate da Cristian Piccinelli, produttore techno già al servizio di Tiziano Ferro). Ed è proprio il ricorso ad una strumentazione elettronica dal sapore smaccatamente vintage a dare spessore alle trame sonore dell’intero album, a cominciare dall’incedere sostenuto dell’iniziale "Amore fragile", passando per le scanzonate ritmiche dance del singolo "Shock", col suo irresistibile ammiccare fra pruriginose tastierine eighties e surreali fraseggi panelliani (Lei è il sale/ Lei è il mare/ Lei è il pane col salame/ Lei, che fame/ Le tue mutandine che mi fanno morire quasi tutte le mattine/ Le crocerossine che mi fanno guarire/ Pane burro e medicine), fino all’appiccicosa orecchiabilità di "3 volte lacrime", affettuosamente sottratta al repertorio dei mai dimenticati Diaframma e qui restituita in forma di nostalgica ballata electropop. Fra le righe, riaffiora pure l’amore per certe sonorità di stampo black, come nell’esuberante finale di "Ragazzo non aver paura (No Fear No Pain)", l’episodio forse più solare e gioioso del disco, con tanto di coretti sbarazzini a punteggiare l’appassionata esortazione del testo ("La vita a volte è molto dura/ Ma quante cose belle insieme a lei/ Ragazzo non aver paura/ L’amore vince gli uomini e gli Dei/ E quello che vorrai lo potrai dire/ E ciò che non ti aspetti scoprirai/ Che cosa inventerai per non morire/ Ma la tua strada è fuori e aspetta te").
Il resto della scaletta procede nel solco di un moderno cantautorato rock ("Ora che ci sei", "Nel mio profondo", col suo pulsante impasto di chitarre e sintetizzatori a riecheggiare l’algida irrequietezza di certi Depeche Mode), senza dimenticare di rendere il debito omaggio alla più classica tradizione melodica nostrana ("La follia", canto spiegato e tastiere suadenti che paiono citare Pooh e Battisti insieme, l’accorato intimismo acustico di "Strana sera").
Il tutto all’insegna di un songwriting come di consueto eclettico e assai sfaccettato, solo apparentemente “leggero”, come dimostra la struggente e intensissima Dimenticare Palermo, dedicata al tragico epilogo di una storia d’amore (quella fra il leader dei Noir Desir Bertrand Cantat e l’attrice Anne Marie Trintignant).
Impossibile, insomma, mettere in discussione l’ottima caratura autoriale del disco, come pure l’assoluta sincerità che anima queste 9 canzoni inedite. L’unico dubbio riguarda semmai la natura in qualche modo “ibrida” di Pane burro e medicine, il suo collocarsi a metà del guado, con un occhio all’intransigente irruenza rock del passato e l’altro al pop adulto e forse un po’ conciliante di oggi. Un dubbio che solo i prossimi passi di Omar consentiranno di sciogliere.

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