«SONGLINES - Derek Trucks Band» la recensione di Rockol

Derek Trucks Band - SONGLINES - la recensione

Recensione del 22 giu 2006

La recensione

Il titolo è lo stesso del libro più letto e più famoso di Bruce Chatwin, “Le vie dei canti” nella traduzione italiana. Ed è un bel punto di partenza per un viaggio musicale liberamente ispirato all’idea, coltivata dagli aborigeni australiani, del suono e del canto come atti “divini” connaturati alla creazione del mondo: premessa filosofica generalmente condivisa da quella comunità di musicisti (le cosiddette “jamband” americane) in cui il chitarrista prodigio della Allman Brothers Band è cresciuto e maturato fino a diventarne, a soli 26 anni, una delle figure di riferimento. E’ nato col rock blues, Derek, ma da sempre ama spingersi oltre i sentieri più battuti: soprattutto con il gruppo che porta il suo nome, un’entità in divenire che intreccia chitarre acustiche ed elettriche, slide e dobro, voci e flauti, organo Hammond e percussioni con un gusto “free form” e avventuroso che sa molto di anni ’70 senza spingersi verso forme di espressione troppo esoteriche. Mentre nel precedente, impetuoso doppio “Live at Georgia Theatre” (che pure proponeva in anteprima qualche titolo di questo disco) il biondo Derek dalla coda di cavallo galoppava a briglia sciolta, qui si è messo il morso tra i denti e sfodera il suo indiscusso virtuosismo con encomiabile parsimonia: contano più le canzoni e la loro cantabilità, ora che il gruppo può contare sulla bella voce rhythm & blues di Mike Mattison, una specie di David Clayton-Thomas (Blood, Sweat & Tears) del nuovo millennio. E’ lui che fa l’andatura in “I’ll find my way” e nel gospel rock di “I wish I knew” (uno standard di Nina Simone), in “All I do” e in “I’d rather be blind, crippled & crazy” (del soul man OV Wright), mentre gli altri producono ritmo e colore in scioltezza e il bandleader ricama con calma olimpica quelle note ora morbide ora lancinanti, calde e miagolanti che lo hanno già fatto entrare nel gotha dei chitarristi rock.
C’è molta America e molto blues, in questo itinerario, con la slide tagliente di “Chevrolet” (firmata da Taj Mahal) e di “Crow Jane”, traditional con voce in falsetto suonato come Dio comanda, ma la DTB è un gruppo aperto e poliglotta e Trucks sente forte anche il richiamo del jazz e del continente nero, celebrati in apertura di programma con la ripresa della famosa “Volunteered slavery” di Rahsaan Roland Kirk (uno degli inni della presa di coscienza “black” e delle battaglie per i diritti civili degli anni ’60) e poi rielaborati in chiusura tra lo strumentale “Mahjoun” e le meditations molto coltraniane di “This sky”. Le altre cover servono per allungare lo sguardo al resto del globo, la Giamaica pigra e dondolante di “Sailing on” (Toots & the Maytals) e il Pakistan di “Sahib teri bandi/Maki madni”, qawwali che permette finalmente a Trucks di scatenarsi ripercorrendo con la sei corde le acrobatiche scale vocali di Nusrat Fateh Ali Khan (autore del pezzo). Sulla mappa sonora di “Songlines” non stanno così distanti da New Orleans e da Memphis, dal delta del Mississippi e dai Caraibi, tappe di un viaggio che guarda al passato per inventarsi un futuro: perché, come spiega Trucks, “un albero si giudica dalle sue radici”.
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Volunteered slavery
02. I’ll find my way
03. Crow Jane
04. Sahib teri bandi/Maki madni
05. Chevrolet
06. Sailing on
07. Revolution
08. I’d rather be blind, crippled and crazy
09. All I do
10. Mahjoun
11. I wish I knew (How it would feel to be free)
12. This sky
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