«THE DRIFT - Scott Walker» la recensione di Rockol

Scott Walker - THE DRIFT - la recensione

Recensione del 09 giu 2006

La recensione

Chi apprezzò “Tilt”, la bellezza di undici anni fa, e magari non si è mai fatto massaggiare le orecchie dal pop languido e vellutato dei (finti) fratellini Walker, sarà pronto più degli altri a incassare un pugno nello stomaco così. Un disco crudo eppure astratto, che sanguina come un “Guernica” picassiano e provoca come una merda d’artista manzoniana. A 63 anni suonati Scott Walker, un passato remoto da teen idol sfociato in uno sdegnoso rifiuto del compromesso commerciale, interrompe un lungo silenzio candidandosi a cantore principe delle tenebre, tanto che al suo cospetto anche il primo Nick Cave sembra un cherubino. Nel suo caso, in realtà, ogni paragone col mondo della canzone contemporanea è del tutto fuori luogo: “The drift”, ancor più del suo lontano predecessore, materializza un mondo (abissale, velenoso, miasmatico) di suoni e di rumori, di sussurri e grida, non di canzoni. Non privo di riferimenti e citazioni, naturalmente: ma se proprio bisogna trovarne, allora meglio guardare a Murnau e a Ligeti, al cubismo e al dadaismo, all’espressionismo tedesco e al teatro off del secondo dopoguerra, piuttosto che agli strumenti e ai materiali con cui i suoi colleghi (?) sono soliti confezionare le loro opere musicali. “The drift” sono dieci unghiate sulla tela, dieci macchie scure, dieci stazioni di una via crucis impervia e terribilmente impegnativa all’ascolto, ai confini della incomunicabilità. In superficie c’è la voce baritonale da tragicabaret di Walker, strisciante e cantilenante. Sotto, un universo sotterraneo e gorgogliante, con corde e ottoni sfiorati e violentati, mani che percuotono ritmicamente quarti di maiale (“meat punching”, dicono le note di copertina), passi discendenti sulle scale, rantoli, ronzii, venti maligni, notti nere come la pece squarciate da bagliori di luce violenta, chitarre taglienti come lame assassine e archi imprendibili (il produttore Peter Walsh ha fatto un gran lavoro). Sopra, cuore e chiave di lettura del disco, testi e parole sfuggenti e spiazzanti, Mussolini e la Petacci pedinati negli ultimi istanti tra la vita e la morte (“Clara”), un Elvis Presley solo e disperato che dialoga con il fratellino nato morto, l’incubo delle Torri Gemelle e dei Balcani insanguinati, la “gente d’argento” piagata dalla scabbia e il linguaggio segreto dei cavalli: storie, spiega l’autore, che iniziano in un modo per poi scivolare (il “drift” del titolo) “in un altro mondo”.
“Cossacks are”, il titolo d’apertura, spara un riff lancinante di chitarra e un beat ossessivo, ed è come ascoltare i Joy Division in versione operistica, o i Killing Joke che cantano gregoriano. “Clara” è uno shock, e sembra di vederseli penzolare davanti, i corpi sfregiati del duce e della sua amante fedele fino alla morte, tra lo scandire di passi minacciosi e militareschi, ocarine dissonanti, la voce fiera e nervosa di Vanessa Contenay-Quinones. “Jesse”, una “ ‘Jailhouse rock’ destrutturata” e catacombale che evoca Elvis e le macerie del World Trade Center, non è meno angosciante : e quando Walker ripete ossessivo “I’m the only man left alive” ti mette addosso un brivido freddo come se davvero sulla terra non ci fosse più nessuno, a parte lui e te che lo stai ascoltando. Se voleva metterci a disagio, ci è riuscito in pieno: disturba, eccome, la cantilena demoniaca di “Buzzers” (“Lucida la forchetta/e ficcagliela dentro”), e “The escape” è come il volo di un calabrone impazzito, un vortice che ti inghiotte in un buco nero mentre Scott ti irride con quella voce beffarda e assurda alla Duffy Duck. I suoi “blocchi di suono”, sostituti dei tradizionali arrangiamenti, evocano epoche arcaiche e modernissime (e complimenti sinceri ai session men di nome che hanno accettato una simile sfida: il batterista Ian Thomas, il bassista John Giblin, il chitarrista Hugh Burns, le sezioni d’archi dirette da Philip Sheppard e Mark Warman, l’incredibile percussionista Alasdair Malloy): in “Cue” sibila un flicorno senza tempo, in “Jolson and Jones” è Scott stesso a contorcere in spasmi dolenti il suo sax alto mentre dietro di lui si agita un controcanto da tragedia greca (“Curare! Curare!”), e “Psoriatic” sembra un canto disperato di schiavi costretti ai remi di una galera; mentre “Hand me ups”, al contrario, ha un ritmo industrial e un’atmosfera postmoderna, un canto da muezzin e fragorose esplosioni di musica atonale. Alla fine arriva “A lover loves”, voce chitarra acustica e niente altro: ma è un altro momento enigmatico e spiazzante, una filastrocca dadaista per bambini che cita Bambi e Tintin ma che, come tutto in questo disco, non è quel che sembra a prima vista. E’ solo un attimo di quiete stranita alla fine di un viaggio nel buio, e dopo un’ora e più di tale plumbea apnea si riemerge alla luce del sole in evidente debito d’ossigeno, intrigati o perplessi, scossi o irritati. Walker raccomanda di ascoltare “The drift” ad alto volume per coglierne ogni dettaglio e sfumatura: accomodatevi, se ne avete il coraggio…

(Alfredo Marziano)
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