«MONSIEUR GAINSBOURG - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - MONSIEUR GAINSBOURG - la recensione

Recensione del 05 mag 2006

La recensione

Chissà che ne avrebbe pensato lui, giunto proprio quindici anni fa al capolinea di una vita senza freni, di queste traduzioni British del suo repertorio. Ma, in fondo, pourquois pas?
Si fa coi romanzi, si fa col cinema, e in tanti negli ultimi anni si sono avvicinati da lontano a quel catalogo pieno di rose e spine, di api e miele. Mick Harvey aveva fatto un lavoro accurato e sentito, con i suoi due album dedicati allo chansonnier francese (e in fondo c’era da aspettarselo, da uno che suonava in una band che si chiama I Semi Cattivi), e anche la collezione di “Jewish music” curata da John Zorn aveva avuto i suoi estimatori. C’erano stati poi tributi in salsa dub/reggae, e rivisitazioni electro-dance…
Stavolta il compito di ricordare uno degli artisti inopinatamente più cool del momento viene affidato a un gruzzoletto di nomi alla moda della scena pop rock, rinforzato da qualche vecchia gloria fornita di adeguate credenziali maudit (Marianne Faithfull) e da un tocco di nazionalismo transalpino (la doverosa Jane Birkin, l’altra icona pop anni ’60 Françoise Hardy, mademoiselle Carla Bruni). E il risultato è prevedibile, una compilation curiosa ma più distratta e raccogliticcia, qualche lampo di luce e di vitalità a squarciare un cielo un po’ grigio, con troppe canzoni chewing gum che perdono sapore in fretta. Apre, appropriatamente, la Musa Birkin, i cui sussurri hanno il loro bel da fare per non affogare sotto i fendenti delle chitarre dei Franz Ferdinand: la loro “A song for Sorry Angel” (titolo originale “Sorry Angel”) però non è affatto male, abbastanza urticante da tener fede a certe asprezze del personaggio, e con un ritmo surf beat che fa drizzare subito le orecchie. Poi arrivano le spericolate Cat Power & Karen Nelson, protagoniste di una singolare versione saffica di “Je t’aime…Moi non plus”, il pezzo più proverbiale e per questo più impervio di tutti (in inglese si intitola “I love you (me either)”): e si capisce subito che, nonostante tutta la buona volontà e lo stato di forma attuale di Cat/Chan Marshall, certi diavoli sarebbe meglio non andarli a tirare troppo per la coda. Anche i Placebo vanno sul classico con l’amatissima “The ballad of Melody Nelson”, ove l’androgino Brian Molko duetta con la voce femminile di tale Cozette su uno sfondo di fingerpicking acustico ed elettronica; sempre lui, in compagnia della Hardy e di Faultline (David Kosten), sforna una versione piuttosto leziosa di un altro classico, “Requiem for a jerk” (“Requiem pour un con”), e né in un caso né nell’altro si grida al miracolo. Non incantano neanche Jarvis Cocker & Kid Loco, con quella “I just came to tell you that I’m going” (“Je suis venu te dire que je m’en vais”) in balìa di cullanti ma innocue onde lounge, mentre i Rakes trasformano in new wave rock, senza infamia e senza lode, un reperto storico come “Le poinçconneur des Lilas” (1958), qui ribattezzata “Just a man with a job”. Meglio, allora, i Kills nudi e crudi di “I call it art” (“La chanson de slogan”) e l’elettronica “analogica” di Gonzales (qui con Feist & Dani), il maghetto canadese che proprio di recente ha spinto la Birkin a uscire dalla grande ombra del suo vecchio padre padrone. Qualcuno sembra fare più che altro se stesso: la Bruni è in classica versione chansonnier voce e chitarra acustica, Marc Almond (con Trash Palace) piega “Boy toy” (“I am a boy”) alle sue rinnovate voglie di techno-pop, Tricky è dark e glaciale come sempre tra i campionamenti e ritmi strascicati di “Au revoir Emmanuelle”, i redivivi Portishead evocano consuete atmosfere nebbiose e postindustriali in “Requiem for Anna” (“Un jour comme un autre-Anna”); mentre la Faithfull, affiancata dai maestri del ritmo in levare Sly and Robbie (“Lola R. for ever”, alias “Lola Rastaquouere”), ricrea l’atmosfera della sua antica “Why d’ya do it?”, pezzo scandalo datato 1979 che a Serge, immaginiamo, ai tempi non sarà affatto dispiaciuto. Abbiamo lasciato il meglio per ultimo: un Michael Stipe umbratile e dal falsetto fragile che con “L’Hotel” (“L’Hotel particulier”) ci fa un figurone. Tutto qui, e viene da chiedersi se sia abbastanza. Certo, da un disco come questo il carisma di Serge esce ingigantito, e dunque la missione può dirsi almeno in parte compiuta. Ma del suo vocione da orco e del suo fascino perverso, qui, non c’è traccia. Niente vino, niente Gauloises, poco sesso e nessuna delle sue poetiche bestemmie. Va bene lo stesso, ma se ora lo lasciassimo riposare un po’ in pace?

(Alfredo Marziano)
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