«12 SONGS - Neil Diamond» la recensione di Rockol

Neil Diamond - 12 SONGS - la recensione

Recensione del 03 mar 2006

La recensione

Era il lontano 1970 quando Randy Newman intitolò “12 songs” un suo magnifico disco, asciutto ed essenziale come questo. Là come qui, dodici canzoni nude e crude, messe al centro della scena sotto la luce fissa di un riflettore. La presenza forte e la guida spirituale di Rick Rubin spingono tuttavia a un paragone più ovvio e contemporaneo: quello con le “American recordings” di Johnny Cash che, nel crepuscolo della sua vita terrena, hanno proiettato l’ombra lunga del Man in Black sul presente e sul futuro della musica popolare americana (il suo passato, naturalmente, era già storia).
Da qualche anno Rubin si è messo in testa un’idea bella e testarda, quella di rivalutare il songwriting classico e le grandi voci del Nord America sfruttando le sue credenziali sulla scena rock per riproporle al naturale alle orecchie di un pubblico stanco di musica geneticamente modificata. Neil Diamond, 64 anni compiuti a gennaio, come Cash: voci rugose e stagionate come legno di quercia, artisti credibili nell’interpretare brandelli di vita vissuta, uomini tutti d’un pezzo che meglio d’altri simboleggiano un certo ideale di fiera, ma non stolida, virilità americana. Un legame tra i due, in effetti, esisteva già, perché proprio con “Solitary man”, uno dei titoli più celebri di Diamond che aveva dato il titolo al terzo capitolo delle sue “registrazioni americane”, Cash si era guadagnato un ultimo Grammy e lodi sperticate. Certo, del leggendario Johnny Neil non ha il carisma straordinario né i chiaroscuri biografici e caratteriali; gli fa difetto quel pathos drammatico, gli è estraneo quel conflitto interiore tra Bene e Male che rendeva incredibilmente sofferte e umane le storie di peccato e redenzione cantate dall’uomo dell’Arkansas. Ma a quella franchezza toccante si avvicina come mai prima d’ora, stavolta, in una sequenza avvincente di titoli (tutti nuovi e inediti) messi uno addosso all’altro senza soluzione di continuità: ascoltate “Man of God”, in cui l’inconfondibile vocione intona “Sono un uomo di Dio/Anche se non ho mai imparato a pregare” con il sottofondo di un organo gospel. Certe tensioni esistenziali di chi molto ha vissuto – amore e disillusione, ricordo e rimpianto, voglia di vivere e paura di morire – saltano fuori con onestà dal guscio delle canzoni. Molto del merito va proprio a Rubin, che ha spinto il suo protetto ad abbandonarsi all’emozione e all’autobiografia convincendolo dopo tanti anni a imbracciare la chitarra acustica, protagonista assoluta di queste incisioni: un colpo di genio, perché l’approccio strumentale elementare di Diamond contrapposto alla sua naturale inclinazione verso la grandeur musicale sono un ingrediente essenziale della dinamica interiore di questo album. “Hell yeah” è un altro pezzo “cashiano” fin dal titolo: con quel tocco in più di latin soul, stile Doc Pomus quando scriveva per Ben E. King o Arthur Alexander, che gli eccellenti strumentisti coinvolti nelle session porgono con discrezione a diversi dei pezzi in scaletta (ci sono Billy Preston e gli Heartbreakers Larry Campbell e Benmont Tench, tra gli altri). Assieme a “Oh Mary”, a “Captain of a shipwreck” (un’ode all’amicizia solidale) e a “Evermore”, archi e pianoforte in primo piano, compone il poker d’apertura che dà al disco quel suo tono ieratico e maturamente malinconico. Fin troppo grave, forse, non arrivasse subito dopo un pezzo come “Save me a Saturday night”, delizioso pop da tempi eroici del Brill Building (arriva ben da lì, l’autore di “I’m a believer” e dei Monkees), disossato però come se a suonarlo ci fossero i Velvet Underground. E poi la slide e la pennata energica di “Delirious love” (nell’edizione limitata in digipak c’è anche una versione in duetto con Brian Wilson), i colpi di spazzola e la lounge jazz elegante di “I’m on to you” e infine lo swing di “We”, spensierato inno alla magia alchemica dell’amore che chiude il programma su toni lievi e easy listening, specialità del Nostro. Piccole fiammate in un disco dal passo ostinatamente, volutamente lento: che, con buona pace di Celentano, non è sempre il contrario di rock.
(Alfredo Marziano)
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