«SANTANA III (LEGACY EDITION) - Santana» la recensione di Rockol

Santana - SANTANA III (LEGACY EDITION) - la recensione

Recensione del 02 mar 2006

La recensione

Difficile garantire obiettività critica, quando si parla di un disco che si è comprato per la prima volta a 14 anni e che si è mandato a memoria come una poesia imparata alle medie. Però c’è poco da discutere, questo è un Santana diverso, infinitamente più intrigante della vecchia volpe resuscitata dalla furbizie di “Supernatural” e dalle qualità taumaturgiche di Clive Davis, il discografico che tramuta in oro tutto (o quasi) quello che tocca.
Facciamo dunque una capriola indietro verso il 1971 (e i 35 anni trascorsi da allora sono il pretesto per la pubblicazione di questa doppia “Legacy Edition”), quando il nostro eroe e la sua band sfoggiavano zazzere incolte, look da bulli del Mission District (il quartiere ispanico di San Francisco) e un’aria spiritata figlia dalla sbornia di pace, amore, musica & droghe celebrata al festival di Woodstock. Fu, quello, il trampolino di lancio che catapultò il protetto del promoter Bill Graham dallo status di grande promessa della Bay Area a stella internazionale del rock, tinto di (allora esotici, e inediti) colori latini e tropicali. L’anno dopo “Abraxas” fu un altro trionfo, con “Oye como va”, “Black magic woman” e “Samba pa ti” che gracchiavano implacabili dalle radio, dai mangiadischi e dai rudimentali compatti stereo sistemati in camera da letto (e chissà perché a quel disco, il più famoso del catalogo, la Sony non ha pensato di dedicare una riedizione deluxe come questa, già riservata anche all’album di debutto). Il terzo colpo di cannone, dopo quei fuochi d’artificio, rischiava di nascere con le polveri bagnate. Non fu così, anche se Santana “III” - in realtà senza titolo, e nessuna sigla stampata sull’onirico fronte copertina - resta un disco di transizione, un ponte sonoro gettato tra le speziate tortillas rock-blues-psichedeliche-afrocubane della prima ora e il raffinato misticismo di “Caravanserai” e “Welcome”, Santana ispirato dallo yogi Sri Chinmoy e dal Coltrane di “A love supreme” che si fa ritrarre in abiti candidi e a mani giunte. Qui siamo ancora sull’altra sponda del fiume: ed è piuttosto il disco bonus, 59 minuti di concerto splendidamente registrati il 4 luglio del 1971, l’ultima notte del Fillmore West, a indicare la via del futuro prossimo, tra le convulsioni e le estasi della anticipatoria “Incident at Neshabur” (da “Abraxas”) e del Miles Davis di “In a silent way”. C’era ancora, su “III”, il Santana Sound a cui ci avevano abituato i primi due dischi: le note tirate di Gibson e l’Hammond con il leslie di Gregg Rolie (“Toussaint l’overture”, il soul funk “Jungle strut” firmato dal sassofonista jazz Gene Ammons), ci sono gli assalti ritmici di batteria, conga e timbales (“Batuka”), i velluti morbidi e sensuali di “Taboo” e quella “No one to depend on” che quasi rinverdiva i fasti di “Evil ways”, primo singolo di successo del messicano trapiantato in California. Quattro percussionisti (con il maestro Coke Escovedo accanto a Mike Carabello, Jose “Chepito” Areas e il giovane Michael Shrieve) e una chitarra in più (l’allora diciassettenne Neal Schon, poi cofondatore dei Journey), ad aumentare la potenza di fuoco e la dinamica strumentale, e qualche sorpresa riservata alla seconda facciata del vinile: gli ottoni cromati e luccicanti della Tower Of Power che rombavano sull’r&b canonico di “Everybody’s everything”, il piano salsero e la malinconia sudamericana di “Guajira”, il falsetto incerto e l’atmosfera soft di “Everything’s coming our way” (il primo pezzo santaniano con chitarra acustica?), la tromba di Luis Gasca che volava come un calabrone su “Para los rumberos”, nuovo omaggio al Tito Puente di “Oye como va”. Il materiale aggiunto sul primo cd, tre outtake strumentali più la versione ridotta a 45 giri di “No one to depend on”, è piacevole ma non aggiunge nulla di essenziale (anche se “Folsom street” ha un bel groove salsa jazz). Il pezzo forte è, appunto, il secondo disco, che rimette in sequenza e riproduce finalmente per intero il concerto al tempio rock di San Francisco, dopo che frammenti vari erano venuti a galla in tempi e contesti diversi (due titoli sul triplo vinile “Fillmore-The last days”, 1972, altri tre sulla prima ristampa “expanded” di questo stesso disco, 1998). Le versioni live delle canzoni di “III” non scartano di molto da quelle di studio (solo “Para los rumberos” acquista in ruvidità e grinta senza sezione fiati), ma ci sono in più una bella versione di “Black magic woman/Gypsy queen”, l’eccitazione ritmica di “Savor” (dal primo album) e dell’outtake “Gumbo”. E’ “il suono della strada”, come dice Graham presentando la band sul palco. Il suono di un tempo e di un luogo irripetibile. Musica fresca, viva, eccitante, avventurosa, prodotta in un momento di crisi di identità e di forti tensioni all’interno della band. Il caos e l’insicurezza che generano arte e alimentano l’ispirazione, come spesso succede. Oggi invece il nostro Carlos è un uomo saggio e pacificato. Illuminato da una scintilla interiore, si direbbe: che però nella sua musica non c’è più.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

CD1
01. Batuka
03. Taboo
06. Guajira
10. Gumbo
11. Folsom street
12. Banbeye

CD2
01. Batuka
04. Taboo
07. Incident at Neshabur
08. In a silent way
09. Savor
11. Gumbo
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