«CHARIOT - Gavin DeGraw» la recensione di Rockol

Gavin DeGraw - CHARIOT - la recensione

Recensione del 21 ott 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

La Storia di Gavin De Graw è, nel bene e nel male, un paradigma della discografia. Gavin si è fatto le ossa suonando nei locali di New York, fino a venire scoperto da un discografico d’altri tempi, un vero talent scout: Clive Davis, uno che ha messo sotto contratto Santana, Patti Smith e Alicia Keys. La J Records (etichetta fondata da Davis dopo la cessione della sua storica Arista alla BMG) pubblica così il suo disco d’esordio nell’estate del 2003 e lo lascia maturare lentamente. Il disco inizia a farsi notare l’anno scorso; viene anche ripubblicato (in America e in Inghilterra) in una versione doppia, con un secondo CD con tutte le canzoni in versione live & unplugged. A chi scrive è capito di scoprire Gavin De Graw grazie ad una sua esibizione al David Letterman Show l’anno scorso: cantò il singolo “I don’t want to be”, un bell’incrocio tra rock passionale e canzone d’autore, interpretato con una gran voce nera. Mi sono procurato il disco via Internet, comprandolo all’estero.
Questo disco, pur essendo uscito nel 2003 (e nel 2004) viene pubblicato finalmente in Italia. Meno male, perché Gavin De Graw ha tutte le carte per farcela, anche presso il pubblico più vasto: la sua è una musica da cantautore rock di razza, ma molto piacevole, adatta anche alle radio. Insomma, se ce l'ha fatta uno come James Blunt (certamente piacevole e bravo, anzi bravino, ma nulla più), perché non deve farcela uno come Gavin De Graw? Sentitevi il primo disco: “(Nice to meet you) Anyway” o “Follow through” sono canzoni che rimandano contemporaneamente al rock tradizionalista americano (Counting Crows, Wallflowers e giù di lì), ma con un tocco di piacevolezza non melensa in più, e con una voce che sembra quella del giovane Stevie Wonder. Poi passate al secondo CD, e sentite come, dal vivo, questo ragazzo interpreta le sue canzoni. Il suo lato nero e soul viene fuori ancora meglio, in modo ancora più sentito. Non è un caso che il CD si chiuda con una cover, “A change is gonna come”, cavallo di battaglia di una delle voci più belle del soul, Sam Cooke.
Se questo può valere qualcosa, dopo che ho comprato questo disco un anno fa non l’ho mai smesso di ascoltarlo periodicamente. Meglio tardi che mai, si dice in questi casi.

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