Recensioni / 03 lug 2005

Cesare Cremonini - MAGGESE - la recensione

Recensione di Paola Maraone
MAGGESE
Warner (CD)
Maggese: il titolo di questo album e della canzone – graziosamente beatlesiana - che lo apre, indica il tempo impiegato dalla terra per riposare, finalmente incolta dopo essere stata sfruttata per mesi - e tornare così ad essere fertile.
Non della maggese ma delle “rose di maggio” (citate nel testo dello stesso brano) cantava invece Bob Dylan, a cui Cremonini racconta di essersi ispirato in cerca di creatività. Presuntuoso? Un po’ sì, e per fortuna. Perché mai dovrebbe fare l’umile, del resto? Spiega di essersi ispirato a idoli del passato “perché oggi non c’è più nessuno capace di fare quelle cose”. E nei 14 brani di questo nuovo disco tenta di farle lui, quelle cose, come in “Sardegna”, collage di piccole storie di vita che avrebbe potuto uscire dalla penna di De Gregori 15 anni fa.
Un disco nel complesso molto equilibrato, con una vena nostalgica che scorre di brano in brano: a tratti sommersa, a tratti riaffiora ed è immediatamente evidente, come nella reprise “Gongi-boy 2”, nuova versione di un pezzo già apparso in “Bagus” e molto amato da Cesare. Che in buona sostanza guarda al passato, sogna un futuro radioso e non perde occasione per tirar fuori la sua vena di musicista classico: come in “Linda & Moreno”, la suite strumentale per pianoforte divisa in tre parti, che chiude l’album. “Maggese” è ovviamente – a questi livelli non può essere altrimenti - anche molto ben suonato, con un team di musicisti nuovi di pacca (tutti cambiati tranne il fido bassista Ballo, con lui dagli inizi). Equilibrato, ma in continua oscillazione tra due opposti: da un lato la maturità di un artista – la scelta del termine non è casuale - che a 25 anni è più adulto di tanti suoi colleghi di 40, dall’altro la freschezza di chi del 25enne ha tutte le energie e ancora possiede l’ampiezza del respiro, dello sguardo e dei sogni. Lo si coglie negli squarci poetici dei testi – a tratti affilati, quasi violenti, acidi (“Ho pulito coi miei pantaloni tutti i cessi vuoti dei locali/ Dove i giovani perdenti vanno a fingere un po’. Per amare donne con gli occhiali siamo pronti a fare salti mortali”); a tratti ingentiliti da ingenua dolcezza, come in “Marmellata # 25”: (“Ogni volta che ti penso mangio chili di marmellata, quella che mi nascondevi tu… l’’ho trovata”).
Un disco, per finire, molto ben prodotto, e – nota a margine - registrato agli Abbey Road Studios di Londra. Roba da presuntuosi. Per fortuna.