«CHAVEZ RAVINE - Ry Cooder» la recensione di Rockol

Ry Cooder - CHAVEZ RAVINE - la recensione

Recensione del 29 giu 2005

La recensione

Tutto ha inizio tre anni fa, quando nelle foto color seppia di Don Normark Ry Cooder riscopre una Los Angeles che non c’è più, inghiottita dal “progresso”, dalla speculazione edilizia, dagli intrighi della politica e dell’economia. Erano gli anni ‘50, e quella di Chávez Ravine è la storia vera di un povero quartiere chicano di collina, sfollato e spianato dai bulldozer per far posto al nuovo stadio di baseball dei Brooklyn Dodgers (chi volesse approfondire i dettagli della complicata vicenda può farlo su Internet: per esempio consultando il sito http://www.pbs.org/independentlens/chavezravine/ o guardandosi la storia illustrata a cartoon di www.toonist.com/flash/ravine.html). Cooder, che da quelle parti è nato ed è sempre vissuto, ne ha tratto spunto per un variopinto e bellissimo affresco musicale acceso di colori latini e tropicali, animato da personaggi fittizi e pittoreschi in azione tra i quartieri popolari di La Loma, Bishop e Palo Verde, autenticato dai protagonisti in carne ed ossa delle vicende d’epoca, musicali e non: confezionando con la cura maniacale che lo contraddistingue un’opera che sta tra la ricerca audio-archeologica, il musical e la colonna sonora (per un documentario Tv), il “Chinatown” di Polanski e una “West side story” ambientata nella California meridionale.
Per lui, turista spesso per caso, è l’occasione buona per tornare a casa, dopo i viaggi musicali in India e nel Mali, dopo la Cuba tenera e nostalgica dei vecchi ragazzi del Buena Vista Social Club e la chitarra “twanguera” di Manuel Galbán. Nelle melodie e nei climi tex mex di “Chávez Ravine” si sentono forte gli echi di certi suoi dischi anni ’70, “Chicken skin music” e il live “Show time” (e infatti Flaco Jimenez e la sua fisarmonica ci sono anche stavolta). Questa volta l’ambientazione storica (per quanto romanzata) della vicenda lo spinge più indietro, alla ricerca una volta ancora di un tempo irrimediabilmente perduto: e gli si dovrà rendere merito per aver consegnato ai posteri le ultime incisioni di Lalo Guerrero e Don Tosti, eroi della musica “pachuco” del dopoguerra scomparsi poco dopo. Guerrero, che già i Los Lobos avevano chiamato al loro fianco anni fa per un disco di canzoni per bambini (“Papa’s dream”, Music for Little People, 1995), racconta con voce grinzosa ma ancora fiera la storia dei pugili Carlos e Fatela Chávez (“Corrido de boxeo”) e dei figli poveri del popolo spediti al fronte (“Ejercito militar”), mena le danze con gran classe nella torrida rumba da balera di “Los chucos suaves” (un successo locale d’epoca), commuove tra i ricordi struggenti del suo “Barrio viejo”, un altro quartiere latino spazzato via dalla modernità che non guarda in faccia a nessuno (stavolta a Tucson, Arizona, perché l’avidità e il cinismo non hanno una residenza soltanto). Tosti, bandleader poco noto alle nostre latitudini ma leggendario per i suoi compatrioti, è la voce narrante di “El U.F.O. cayò” nei panni di un visitatore extraterrestre che ammonisce la comunità ispanica delle calamità in arrivo sulla sua testa: un altro tema ricorrente per Cooder, quello degli alieni (“The U.F.O. has landed in the ghetto” si intitolava il titolo d’apertura, invero poco riuscito, dell’album “Slide area”, Warner Bros. 1982), che qui offre il pretesto per un delizioso e rarefatto frammento di exotica/space music con la voce sensuale di Juliette Commagere e una chitarra che cita il motivo di “Tequila”. Al repertorio di Tosti appartiene anche l’irresistibile “Chinito, chinito”, hit pachuco del ’49 sepolto nella polvere dei ricordi che materializza la vitalità frizzante di un quartiere multietnico popolato da cinesi e messicani. E’ il barrio che resuscita a suon di calypso, di jive, di mambo, di corridos e di r&b meticci cantati in “spanglish”, tra feste del sabato sera (“Poor man’s shangri-la”, un’introduzione perfetta), scontri di strada (“Onda callejera”), storie di bulli e pupe (“Muy fifì”, “3 cool cats” di Lieber & Stoller), di incolpevoli che stanno dalla parte sbagliata (il blues quasi watsiano di “It’s just work for me”) e di businessmen senza scrupoli (“In my town”, col piano salsero/jazz di Jackie Terrasson), di maccartisti psicotici e di sedicenti “comunisti” (“Dont’ call me red”: c’è la voce recitante del compianto attore Raymond Burr, all’epoca accusato lui pure di attività “antiamericane”, e quella del quasi novantenne Frank Wilkinson, allora incaricato dall’amministrazione comunale di un fallito progetto di ristrutturazione urbanistica della zona). Lungo il cammino Cooder e i suoi – il figlio Joachim, Jim Keltner, Mike Elizondo – raccolgono sul carro altri eroi vecchi e nuovi della musica chicana, il latin rocker Little Willie G., le sorelle Ersi e Rosella Arvizu, David Hidalgo dei Los Lobos. Mentre ad un altro esponente delle etnìe perdenti nel melting pot statunitense, l’hawaiano Bla Pahinui, tocca evocare nella splendida ballata “3rd base, Dodger Stadium” i ricordi di coloro che sul manto erboso del campo da baseball rivedono ancora le loro antiche dimore, la sedia a dondolo della nonna e l’albero su cui hanno inciso il primo cuore col nome dell’amata. Cooder ci ha messo sapienza musicale, sudore, anima e soldi (più di 350 mila dollari sborsati di tasca sua) per raccontare questa amara storia, che non ha perso purtroppo un briciolo di attualità. I Dodgers, notizie di questi giorni, stanno per traslocare un’altra volta: prossimamente Chávez Ravine diventerà un quartiere residenziale ripopolato da appartamenti di lusso per “gringos” danarosi.
(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.