«EMPLOYMENT - Kaiser Chiefs» la recensione di Rockol

Kaiser Chiefs - EMPLOYMENT - la recensione

Recensione del 10 ago 2005 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Ci risiamo. Nuovamente di fronte alla grande responsabilità di recensire il disco di un gruppo largamente elogiato dal famigerato NME, acclamato addirittura prima di essere pubblicato. Il fatto che la più rinomata rivista musicale britannica abbia portato alle stelle un gruppo, non è indice di sicura qualità, ma confrontarsi con questi autorevoli pareri è sempre un’ impresa stimolante.
Lo scorso anno lo stesso NME lanciò i Franz Ferdinand: il sottoscritto non rimase esterrefatto dal gruppo scozzese, considerandolo sì un ottimo disco, ma non “la band che avrebbe cambiato la nostra vita”. E continua tuttora a crederlo anche se, dopo averli visti dal vivo all’Independent Days Festival del 2004 a Bologna, il giudizio sui FF è decisamente migliorato grazie ad un grandissimo set tenuto da Kapranos e soci in quella giornata settembrina.
Ora ci sono i Kaiser Chiefs, da Leeds. Ed orgogliosi di esserlo. Già, perché i quattro ragazzi inglesi tengono fortemente alle loro origini, alla loro città ed anche alla loro squadra di calcio, dalla quale deriva anche (seppur in modo non diretto) il nome della band. Nel Leeds Utd., retrocesso lo scorso anno nella First Division inglese, milita infatti il sudafricano Lucas Radebe, orgoglioso capitano della squadra, il quale rinuncia a sostanziose offerte da tutta Europa per abbracciare la causa del Leeds e cercare di riportare il team in Premier League. E il nome Kaiser Chiefs che c’entra? Bè c’entra eccome, perché Kaiser Chiefs è il nome della squadra sudafricana nella quale è cresciuto Radebe, l’eroico e fedele capitano d’altri tempi.
“Employment” è confezionato come fosse un gioco in scatola nel quale i componenti del gruppo sono rappresentati sopra delle carte da gioco con ruoli ben precisi: il cantante (Ricky Wilson), il pianista (Peanut alias Nick Baines), il bassista (Simon Rix), il batterista (Nick Hodgson) ed il chitarrista (Andrew White).
E se per questi ragazzi suonare è solo un gioco, bisogna dire che le attività ludiche sono pane per i loro denti: canzoni dirette e decise, situate lì in mezzo tra il rock ed il pop, tra l’aggressivo e lo scanzonato. E lo si può notare fin dalla prima canzone “Everyday I love you less and less” dove si inizia con un suono che pare provenire direttamente da un videogame degli anni Ottanta, con le chitarre e la batteria che entrano con prepotenza a dare forza a questa serenata all’incontrario. Impossibile non fare un accostamento con i primi Blur: alcune melodie e soprattutto i cori (na na na na) in sottofondo, ricordano in modo molto nitido la band di Damon Albarn. Per esempio basta ascoltare il primo singolo “I predict a riot”, oppure episodi come “Modern way”, “Na na na na naa” (chiaro!), “Saturday night”. Ed in effetti scorrendo tra i crediti del disco ecco che si spiegano molte cose: il nome del produttore di “Employment” è Stephen Street, già collaboratore dei Blur e del fuoriuscito chitarrista Graham Coxon. In altri episodi l’influenza dei Blur è invece meno evidente, come ad esempio in “You can have it all” e “What did I ever give you?” di chiarissima ispirazione beatlesiana, oppure in “Time honoured tradition”, molto vicino a quanto recentemente proposto dagli “amici” Franz Ferdinand.
Una segnalazione particolare la merita il singolo attualmente in rotazione “Oh my God”, che dopo una melodia iniziale a base di tastiere e chitarre in ritmiche vicine al funky, decolla letteralmente, grazie alle chitarre ed i cori dei Kaiser Chiefs spinti alla massima potenza in un ritornello entusiasmante e travolgente.
Un’altra grossa qualità dei Kaiser Chiefs la si può riscontrare nei testi delle composizioni, in cui si affrontano temi sociali tipicamente britannici come violenza, disagio e altre storie, ma senza dimenticarsi di prendere la cosa con quel pizzico d’ironia che non guasta mai.
Insomma, “Employment” è sicuramente un ottimo disco, non c’è che dire. I Kaiser Chiefs, pur attingendo molto dai Blur, suonano bene, sono divertenti e robusti allo stesso tempo, coniugano al meglio la potenza rock con la spensieratezza pop. Quindi un plauso alla band di Leeds ed anche all’NME (il quale non necessita certo dell’approvazione del sottoscritto!), che questa volta non ha esagerato di molto elogiando questo disco, anche se forse ascoltandolo non rimarremo esterrefatti a tal punto da esclamare “Oh my God, I can’t believe it!”.

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