«THE FORGOTTEN ARM - Aimee Mann» la recensione di Rockol

Aimee Mann - THE FORGOTTEN ARM - la recensione

Recensione del 17 mag 2005

La recensione

Giunco biondo della Virginia trapiantato al sole di California, la Mann è quel che gli americani chiamano una “storyteller”. Ama usare, cioè, la musica come sfondo, scenario, veicolo e pretesto per miniracconti e personaggi di fantasia che servono ad evocare disfunzioni, contorsioni e fragilità della psiche umana, suo tema d’esplorazione preferito. Non a caso il regista Paul Thomas Anderson anni fa pensò bene di modellare la sceneggiatura del suo cult movie “Magnolia” sull’impronta narrativa di alcune sue canzoni, ribaltando ruoli e rapporti tradizionali tra immagine cinematografica e colonna sonora. Libri non ne ha ancora pubblicati, la Mann, ma l’album/romanzo a tema suddiviso in capitoli che seguono le vicissitudini di personaggi fissi e adeguatamente tormentati era un approdo che nel suo caso si poteva anche immaginare. “The forgotten arm”, il suo quinto disco da solista dopo l’esperienza anni ‘80 con i 'Til Tuesday, è appunto questo: una novella on the road (i protagonisti si muovono tra Richmond e i confini col Messico, San Rafael ed Atlanta, luna park e motel, attraversando su auto Cadillac e El Dorado un paese dipinto in colori hopperiani), ambientata nei primi anni ’70 e musicata secondo uno stile d’epoca che l’interessata sostiene di aver mutuato da classici del decennio come i primi dischi della Band, il “Tumbleweed connection” di Elton John o l’ “Every picture tells a story” di Rod Stewart, ma anche dal glam rock dei Mott The Hoople corretto in salsa alternative country. Alle mie orecchie questi riferimenti non suonano così immediati: non quanto succede, per dire, nei dischi di giovani revivalisti come Ray LaMontagne. Ma è vero che gli ossidati ottoni che fanno da sfondo a “King of the jailhouse” (primo titolo provvisorio dell’album) potrebbero essere un’idea di Garth Hudson. E che a procedimenti biologici di coltivazione del suono rimandano quei timbri saturi di chitarra elettrica, i concisi assoli di Jeff Trott (collaboratore di Sheryl Crow), il calore dell’organo Hammond e l’arpeggio agile del pianoforte di Jebin Bruni.
Per la dark lady dagli occhi di ghiaccio abituata a giocare con le sovraincisioni e a gingillarsi con un piccolo arsenale di strumenti anche inusuali (così succedeva nel precedente “Lost in space”) si tratta di un bel cambio di rotta, complice la velocità e la spontaneità “live” che il produttore Joe Henry ha voluto imprimere alle sedute di registrazione: lo ha fatto con la solita discrezione perché a lui, lo si è capito bene dopo le ultime prove al fianco di gente come Solomon Burke e Ani DiFranco, piace più togliere che aggiungere, illuminare certi angoli della musica piuttosto che avvolgerla col suo, di suono. Non c’è però uno scarto netto, rispetto a “Bachelor no.2” (che resta probabilmente il suo disco migliore) o al citato “Lost in space”: la Mann si muove sempre ad una velocità di crociera che non tollera eccessi nei bpm, voce strascicata e storie noir di inquietudine e sconfitta, torbidi istinti e timidi slanci di riscatto. Lo stile è unitario, come si conviene a un racconto. Il viaggio liscio e lineare, tra ipnotici rollii e qualche sobbalzo, come su una highway americana. C’è finezza d’introspezione psicologica, ancora una volta, nella piccola odissea di Caroline in fuga dal “no future” della provincia americana e Joe il pugile tossicodipendente (anche copertina e titolo dell’album, “Il braccio dimenticato”, fanno riferimento a una particolare tecnica pugilistica preparatoria all’uppercut e al colpo del ko: metafora che la Mann applica per esteso alla violenza e al dolore insiti in ogni relazione umana). “Dear John” introduce i personaggi e il suono “da rock band” dell’intero disco, “Goodbye Caroline” e “Going through the motions” accelerano il ritmo della narrazione, “She really wants you” ricorda un po’ Costello (che ha scritto per lei, in passato), “Little bombs” è dylaniana e rotola come un “tumbleweed” sull’autostrada, “Can’t help you anymore” e “Beautiful” sono malinconiche e sensuali. C’è un mandolino, vero o sintetico, tra le pieghe di “Video”, molto pianoforte, e un paio di pezzi già apparsi in anteprima sul Dvd+Cd dal vivo dell’anno scorso, “Live at St. Ann’s Warehouse”. Ma ci vogliono ascolti ripetuti, in sequenza e con i testi davanti agli occhi per apprezzare al meglio queste canzoni. Come sempre succede con la Mann, “The forgotten arm” è un motore diesel, un disco a combustione lenta. Dopo minuti di schermaglie apparentemente innocue, Aimee è sempre capace di colpire con un gancio, tirando fuori dalla guardia il suo braccio nascosto.
(Alfredo Marziano)
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