«QUELLO CHE SEI - Punkreas» la recensione di Rockol

Punkreas - QUELLO CHE SEI - la recensione

Recensione del 23 feb 2005

La recensione

I Punkreas hanno già chiarito da tempo quello che sono: un gruppo cresciuto fra punk (di ascendenza Bad Religion, più o meno), ska, centri sociali, movimenti, ganja e pogo. Hanno trovato un pubblico che li segue e finora non lo hanno mai deluso. Ai tempi di "Pelle" hanno deciso di puntare un po' più in alto e ci sono riusciti senza svendersi: i loro video si vedono in giro, i loro dischi sono nelle classifiche indie e i concerti sono spesso e volentieri pieni. Loro non sono cambiati di una virgola, hanno solo approfittato dei mezzi a disposizione per lucidare un po' i suoni e affinato lo stile di scrittura. "Quello che sei" è l'album che ci si può aspettare da loro. Se il predecessore "Falso" tentava qualche sortita (non molto riuscita, a dire la verità) verso ritmi più funkeggianti, stavolta si rientra nei ranghi. La partenza è un assalto al sogno americano dell'era Bush ("American dream"), in classico stile Punkreas. Il meccanismo è ormai rodato: due chitarre, ritmica solida, testi scanditi dalla voce del Cippa (che non è prodigio di versatilità, ma ha indubbiamente uno stile riconoscibile) e cori del Paletta a rinforzare. Niente di complicato, ma non sono in molti quelli capaci di far quadrare questi suoni con la lingua italiana e a mantenere l'equilibrio fra incazzature feroci e divertimento. I Punkreas ci sono riusciti e non hanno intenzione di mollare la presa, anche perché la formula continua a dare pezzi come “Un momento migliore o “L’uomo con le branchie”, destinati a far ballare i fans nei prossimi mesi.
Dopo quindici anni di attività, c’è il rischio di diventare prevedibili, ma i Punkreas non hanno mai preteso di reinventarsi a ogni nuova uscita. Hanno una loro linea: prendere o lasciare. Il che significa anche accettare le loro posizioni barricadere, espresse senza tanti complimenti. Un esempio è “Fratello poliziotto”, dove il suddetto viene poco urbanamente invitato ad “andare a fare in culo”. Insulto argomentato dal resto del testo, ma sempre un insulto. I fedelissimi della band condivideranno senza riserve (e appezzeranno il DVD intitolato “La grande truffa della marijuana”), ma altri potrebbero avere qualcosa da ridire. E probabilmente al gruppo non dispiacerebbe. In fondo, il punk era nato anche per dare fastidio.

(Paolo Giovanazzi)
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