«LE PHARE - Yann Tiersen» la recensione di Rockol

Yann Tiersen - LE PHARE - la recensione

Recensione del 21 feb 1999

La recensione

A volte viene quasi da chiedere scusa, quando si recensisce un disco, per le motivazioni - spesso personali - che portano a preferirlo ad altri, magari di gran lunga più famosi ma - per chi scrive, sia chiaro - meno importanti. È il caso di questo lavoro di Yann Tiersen, personaggio sicuramente eccentrico (cfr. biografia) ma pure amato (sono molti i siti a lui dedicati), a quanto pare non solo in Francia. Saranno stati quei film visti a notte fonda, sarà stata quella capacità di raccontare la vita lasciando parlare le facce e i paesaggi, lontano dal buonismo con velleità d’impegno o dal narcisismo militante che caratterizza buona parte del nostro cinema. Sarà che ritrovare in un solo album i paesaggi da fine del mondo della Bretagna e la seduzione di quello che a tratti sembra quasi un Gainsbourg in versione folk non capita tutti i giorni. Sarà che la dolcezza del pianoforte e la malinconia delle fisarmoniche qui hanno buon gioco nel riportarti davanti agli occhi un mondo ‘francese’ di cui, in fondo, sono tutti innamorati. Sarà che la poesia di questa musica regala immagini altrettanto poetiche, soprattutto quando le ascolti sotto il cielo grigio e freddo di una città del Nord. Fatto sta che "Le phare" di Yann Tiersen è un disco che andrebbe posseduto. Nato come la colonna sonora di un cortometraggio d’animazione, l’album è una sorta di viaggio sonoro con ambientazioni folk e celtiche, ma non lontano anche da una vena tutta contemporanea ed esistenzialista che Tiersen mette in scena soprattutto nelle canzoni (quattro, il resto è strumentale): «qualsiasi cosa provi, è sempre lo stesso circolo vizioso che non porta a niente e adesso sono stanco. Ad ogni modo, ho perso la faccia, l’aspetto, la dignità, non ho più niente e adesso sono stanco, ma non impaurirti, ho trovato un buon lavoro e vado a lavorare tutti i giorni su quella vecchia bicicletta che amavi, sto riponendo dei libri che non ho mai aperto sotto al letto e credo davvero che non li leggerò. Nessun tipo di concentrazione, soltanto un disordine bianco intorno a me, sai che sono stanco, adesso», dice Tiersen in "Monochrome", un momento che sembra estratto dalle cose migliori degli Smiths. Ma non meno poetiche sono le composizioni strumentali come "La dispute", ""L’arrivee sur l’ile" e "L’homme aux bras ballants". Il disco, che si intitola "Le phare", ossia "Il faro", trae spunto dalla storia che è lo stesso Tiersen a raccontare su uno dei siti a lui dedicati (cerca "Yann Tiersen - le site", ndr): «Nel giugno del 1996 sono stato per tre settimane sull’isola di Ouessant, per lavorare alla musica di un cortometraggio di Philippe Julien. La prima sera stavo passeggiando lungo la costa quando ho visto accendersi il faro. Questa piccola luce, in confronto alla vastità del paesaggio, aveva qualcosa di rassicurante, di conosciuto, come un caro amico, mi ricordava quelle lucine che si accendono nelle camere dei bambini per tranquillizzarli durante la notte. Più scendeva la notte e più la zona si illuminava. La luce si appoggiava su una casa, su un muro in rovina, sull’angolo di un campo, isolando dal buio ognuno degli elementi, e facendomi partecipe della loro esistenza, della loro storia, della loro intima essenza. Mi sembrava che la luce di quel faro non servisse più ad illuminare il mare circostante ma servisse piuttosto a rendere visibile una terra interiore». La magia della storia non è inferiore a quella del disco, anzi, ci troverete la stessa poesia: per cui, se con "Le phare" volete fare una prova, sono soldi spesi bene.

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