«CROSBY & NASH - Crosby & Nash» la recensione di Rockol

Crosby & Nash - CROSBY & NASH - la recensione

Recensione del 22 ott 2004

La recensione

I comunicati stampa rinfrescano la memoria: è passata un’eternità, quasi trent’anni, da quell’ultimo disco in duo, l’incerto “Whistling down the wire” (1976). Un vuoto colmato da altri capitoli del romanzo CSN/CSN&Y, da quell’incantevole tuffo indietro nel tempo che fu il live acustico d’archivio “Another stoney evening” (1997), da un buon Nash solista e da quegli album dei CPR che parlavano di rinascita artistica e spirituale, a dispetto delle ingiurie che il tempo e le autoafflizioni hanno inferto alla carne di David Crosby, la metà più spericolata, fragile e complicata della coppia. Ascolti l’inizio di “Lay me down”, la canzone che apre il doppio Cd – ma le durate sono da vinile, poco più di 80 minuti in totale -, senti quell’arpeggio fluido di chitarra acustica, quelle voci che raccontano di un viaggio in macchina tra i mulini a vento, e sai di essere di nuovo in California, sulle strade che da Sud portano a San Francisco. Confortante, per chi conserva ricordi affettuosi di quei luoghi e di quei tempi. Ma anche inquietante: perché attorno nulla è cambiato, se non in peggio, dopo il tramonto della Summer of love e dell’American Dream alternativo. Ne rendono conto, appunto, le nuove canzoni dei due. Scorie nucleari accumulate nel sottosuolo. Presidenti che rispondono al loro unico elettorato di riferimento, i potentati economici e multinazionali. Ricchi e poveri divisi da un solco che diventa una voragine. Stranieri trattati con sospetto e con disprezzo. Amici che se ne sono andati chissà dove. E quell’anelito mistico e libertario che cerca altrove, nello spirito dell’Uomo e nelle consonanze cosmiche, le risposte. La musica è riconoscibile, riconoscibilissima. Anche se dal corpaccione abusato di Crosby esce una voce sempre più sottile, se a Nash riescono raramente i piccoli miracoli melodici del passato, se su gran parte del disco aleggia un senso di rassegnata malinconia, un clima sospeso e pensoso che solo a tratti libera le menti e l’energia.
Eppure regala ancora brividi l’incredibile simbiosi vocale tra i due. E’ perfetta, nitida come una mattina ventosa sulla Baia, la produzione, che i due condividono con Russ e Nathaniel Kunkel, padre e figlio (il primo siede anche alla batteria, accanto ad altri capitani di lunghissimo corso come Leland Sklar, basso, e Dean Parks, chitarra). E sono ben calati nel ruolo gli altri due terzi dei CPR, il chitarrista Jeff Pevar (sempre da applausi i suoi tocchi essenziali: si ascolti la mobilissima coda a “Luck dragon”, una delle fiammate più vivaci della raccolta) e il rampollo di Crosby, James Raymond, agile nei tocchi scenografici di tastiera e molto presente anche in fase di scrittura. Quel che si fatica a trovare (dentro e attorno a loro) è quella fragranza che profumava l’aria, quegli antichi, intrepidi voli d’Icaro. Ci si può accontentare, comunque, perché il pensiero non è debole, la trama è fitta, e il filo col miglior passato robusto. La linearità pop di “Puppeteer” e di “Half your angels”, di “Milky way tonight” e di “I surrender” (scritta da Marc Cohn) non sfigura nel canzoniere di Nash; ma probabilmente non è un caso che uno dei suoi contributi più belli, “On the other side of town”, abbia 25 anni sulle spalle. Così è anche per Crosby: nel rimestare nel torbido dello scandalo Enron e della politica avvelenata dalla finanza e dall’economia, il rabbioso blues rock di “They want it all” rimanda subito alle glorie di “Long time gone” (primo album a nome CSN). E come non riannodare alle magie esoteriche di “If I could only remember my name” i vocalizzi impalpabili di “Samurai” e di “How does it shine” (senza parole, su un elegante ritmo latin jazz)? O la strofa iniziale di “Live on” (“Non posso dire che abbiamo vinto la guerra/ma posso dire che siamo sopravvissuti”) alla scena introduttiva di “Wooden ships”? Ci sono anche tracce di James Taylor (“Jesus of Rio”) e di Joni Mitchell, un tocco di tropicalismo easy listening alla Jimmy Buffett (“Penguin in a palm tree” è uno dei pezzi più deboli) e un doppio, sincero omaggio alla memoria di Michael Hedges: in “Michael” la sua chitarra risuona “forte e chiara”; e suo è l’arrangiamento del tradizionale “My country ‘tis of thee”, a cui anche Ani DiFranco si era ispirata in passato come contrappunto al disperato stato attuale della nazione. “Lascia risuonare la libertà”, è l’invocazione che si leva dall’arcana melodia. Hippismo di retroguardia? David & Graham non hanno, per forza, la freschezza insolente dei bei tempi andati, e avrebbero fatto bene, forse, a usare le forbici tirando via qualche scampolo superfluo. Ma la loro sdrucita bandiera ha ancora mille ragioni di sventolare, oggi. I due ne hanno passate tante, altrettante ne hanno viste e sentite. Difendono ancora un ideale, e Dio sa se ce n’è bisogno.
(Alfredo Marziano)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.