«LET'S BOTTLE BOHEMIA - Thrills» la recensione di Rockol

Thrills - LET'S BOTTLE BOHEMIA - la recensione

Recensione del 21 ott 2004 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Cavalcare la cresta dell’onda. Battere il ferro finchè è caldo. Si può dire in mille modi diversi, ma il concetto resta quello. I The Thrills devono aver fatto riferimento proprio ad uno di questi proverbi prima di mettersi al lavoro per “Let’s bottle Bohemia”, il loro secondo lavoro. E’ infatti trascorso solo un anno dall’acclamato esordio discografico di questa band irlandese, che già viene dato alle stampe il suo seguito; come dire, meglio approfittarne ora che il brano “Big Sur” è ancora nella testa della gente, chissà cosa potrebbe accadere domani.
Si diceva della provenienza geografica dei The Thrills. Sì, questi cinque ragazzi sono irlandesi, ma ciò si evince solo dalle biografie poiché tutto quello che circonda il secondo disco del gruppo è americano (provate a dare un’occhiata alle fotografie presenti sul booklet o sulla home page del loro sito www.thetrills.com), compreso un team di produttori di tutto rispetto formato da Sardy (produttore di Marilyn Manson, Johnny Cash e System of a Down), Van Dyke Parks (l’arrangiatore di Brian Wilson, presente in “The Irish Keep Gate-Crashing”) e Peter Buck dei R.E.M, che hanno coadiuvato la band in questo nuovo lavoro. All’appello manca solo il passaporto dei The Thrills, ma è un piccolo dettaglio burocratico e chissà che in futuro non venga concessa loro la cittadinanza, vista la devozione che provano per questa terra.
Analizzando “Let’s bottle bohemia” sorge spontaneo considerare due fattori: giungendo a così breve distanza dal disco d’esordio, il nuovo album potrebbe non offrire delle grandissime novità rispetto a “So much for the city”, dal momento che la maggior parte delle canzoni presenti sono state scritte durante il tour intrapreso dai The Thrills subito dopo l’uscita del primo lavoro, in un periodo di grosso carico lavorativo e stress (considerando il fatto che non sono proprio dei veterani nell’ambito di concerti e tournèe); sempre facendo riferimento ai proverbi iniziali, questi cinque ragazzi (influenzati anche dalle grosse personalità che hanno prodotto il disco) potrebbero aver scelto di infischiarsene di offrire della musica nuova, e potrebbe essere loro precisa volontà continuare a ripetere la stessa ricetta del precedente album ed augurarsi che il secondo “piatto” abbia lo stesso (se non migliore) gradimento del primo.
“Let’s bottle bohemia” non offre di sicuro nulla di clamorosamente innovativo nel sound della band, mantenendosi su quelle atmosfere rilassate e spensierate che hanno caratterizzato il primo album e che riportano al pop statunitense (ed in particolare californiano) degli anni Sessanta; sono stati eliminati alcuni cori (che non dispiacevano nel primo lavoro) ed aggiunti alcuni (forse troppi?) archi arrangiati da Van Dyke Parks, ma in sostanza il risultato non è molto differente da “So much for the city”. Tuttavia si capisce che questo è davvero quello che la band vuole ed è in grado di suonare davvero bene, si comprende che bisogna prendere questo disco con consapevolezza, senza aspettarsi grandi sconvolgimenti o grandi capolavori. Le canzoni sono brevi e concise (quasi tutti i brani non superano di molto la durata di tre minuti): si ascoltino, ad esempio, il singolo “Whatever happened to Corey Haim”, oppure “Faded beauty queen” (nella quale fa capolino il mandolino magico di Peter Buck), “Our wasted lives” e “The curse of comfort”: è proprio la frivolezza e la serenità a rendere questi brani freschi e leggeri e dopo alcuni ascolti è quasi impossibile non canticchiarli ed essere di buon umore. Pare quasi impensabile che tali canzoni siano state scritte durante un tour e viene da elogiare il gruppo per come abbia saputo reggere, pur con una breve esperienza discografica alle spalle, le tensioni e lo stress che le lunghe tournèe si portano appresso.
Insomma “Let’s bottle bohemia” non sarà un capolavoro, non sarà sicuramente il disco dell’anno e non aggiunge quasi nulla al repertorio della band, ma è veramente innegabile quanto questo pop-rock sia riuscito ed adatto per restare nella testa delle persone, togliendo loro ogni pensiero troppo triste ed irrequieto, donando la tranquillità e la sbadataggine che solo alcuni pezzi pop riescono ad offrire. E per questa volta ci si può anche rilassare e di nascosto fischiettare…

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