«SMILE - Brian Wilson» la recensione di Rockol

Brian Wilson - SMILE - la recensione

Recensione del 20 ott 2004 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Mah...
Ovvio che questa recensione tocchi a me, per ragioni anagrafiche – sono l’unico, a Rockol, che “avrebbe potuto” ascoltare “Smile” se il disco fosse uscito nel 1967. Ma proprio per questa ragione sono anche l’unico che si possa domandare ragionevolmente che effetto gli avrebbe fatto ascoltare questo disco nel 1967. La risposta, ovviamente, è una sola: “E che ne so?”.
Semmai c’è una domanda, da porsi: a che serve pubblicare adesso questo album (che all’epoca non uscì per ragioni che qui sarebbe troppo lungo riassumere – ci sono siti interamente dedicati all’argomento: per esempio, http://www.rockument.com/SmileSessions.html) rimettendo insieme una tracklist “verosimile” (insomma, così come se la ricorda Brian Wilson, che oggi è anziano e allora non era nella sua stagione più lucida, dal punto di vista delle sinapsi neuronali) e risuonando e ricantando i brani “così come” sarebbero stati suonati e cantati allora – un facsimile virtuale nota per nota? E, oltretutto, non con i Beach Boys, ma con musicisti diversi?
Insomma, questo “Smile” non è quello “Smile”. E’ una sinopia, come dicono i restauratori quando ricostruiscono pezzi mancanti di un affresco o di un quadro. E allora, rifaccio la domanda: a che serve?
I veri e sinceri fan dei Beach Boys hanno già quanto serviva, di quello “Smile”: bootlegs e outtakes e frammenti e registrazioni recuperate, pezzi di creatività datati e originali dell’epoca. Questo “Smile” è un quadro che l’autore non aveva completato, che aveva in un certo modo rinnegato o al quale aveva in qualche modo rinunciato; trentasette anni dopo, lo stesso autore ridipinge quel quadro, ma la mano non può essere la stessa, la grana della tela è diversa perché è moderna (che effetto farebbe questo disco ascoltato sul vinile scadente sul quale si stampavano i dischi allora, e sulle fonovaligie degli anni Sessanta, e diviso in due facciate?), colori e pennelli sono quelli di oggi e non quelli di ieri, e i miei occhi – le mie orecchie – non sono più le stesse. Quindi, non posso dirvi cosa avei pensato di “Smile” se il disco fosse uscito nel 1967, perché la storia (anche quella della musica) non la si fa con i “se”. E non credo che abbia senso dirvi cosa ne penso adesso: perché questo è un lavoro che pretende – “pretende” anche nel senso del “to pretend” inglese: fa finta – che non siano passati i trentasette anni che invece sono passati.
Mi piace, questo disco? Sì, mi piace. Non tutto, come è ovvio, ma mi piace. Però devo essere onesto, e avvisare che probabilmente quello che me lo fa piacere è la nostalgia, più che l’obbiettività critica. Voglio bene a Brian Wilson, eterno secondo del pop del Novecento dopo McCartney (o eterno primo davanti a McCartney, dipende dalle scuole di pensiero). Ho una piccola passione di lunga data, della quale incolpo/ringrazio Riccardo Bertoncelli, per quel mattocchio di Van Dyke Parks, che scrisse (e oggi ha riscritto, o scritto per la seconda volta) i testi dei brani. E mi sono sempre stati simpatici i Beach Boys, come no. Ma, insomma, questo non è un disco, è un attentato alle ghiandole lacrimali. E come tale non lo si può giudicare lucidamente.
Trovo coraggiosa la presa di posizione di Mark Paytress, che su “Mojo” sostiene con sicurezza che “Smile” sia superiore sia a “Sgt. Pepper’s...” sia a “O.K. Computer”. Non credo di condividerla, ma nemmeno di dissentirne. Provo a chiedermi come mi suonerebbe, oggi, “Sgt. Pepper’s...” se lo ascoltassi in forma integrale per la prima volta – e mi rispondo che, alla stessa stregua, dovrei domandarmi come mi sarebbe suonato “O.K. Computer” se lo avessi ascoltato per la prima volta nel 1967. Dunque, m’incarto nelle ucronie e nei “what if”. E mi arrendo. Ascolto questo “Smile” con un sorriso, ma invoco la clemenza della corte e mi astengo dal giudizio.

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