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Recensioni / 29 set 2004

Ben Harper - THERE WILL BE A LIGHT - la recensione

Recensione di Giampiero Di Carlo
THERE WILL BE A LIGHT
Virgin (CD)
Conoscete i Blind Boys Of Alabama? Correva l'anno 1939 quando tre ospiti dell'Alabama Institute for the Negro Blind - Jimmy Carter, Clarence Fountain e George Scott - fondarono una formazione gospel che, al contrario di migliaia di altre nel sud degli Stati Uniti, avrebbe sfondato in classifica, riuscendo a mettere in bacheca ben tre Grammy. Con calma, certo: l'impresa riuscì per la prima volta solo dopo 53 anni di attività con "Deep river", un album prodotto da Booker T. Oggi, corroborati da tempo dall'ingresso di una nuova leva di vocalist (Tracy Pierce, Ricky McKinnie, Bobby Butler e Joey Williams), i "ragazzi" sono materia cult.
Naturalmente conoscete Ben Harper. L'uomo con la slide guitar, una delle speranze più vive per le radici della musica americana, un artista che sguazza nel soul ma che non disdegna percorsi alternativi; che va dove lo portano la sua Wesseinbourn e i suoi Innocent Criminals senza dimenticare mai il nume tutelare Jimi Hendrix; l'uomo che fin da ragazzo aveva come idolo Ray Charles e vorrebbe suonare con il Boss. Lo conoscono bene anche i BBoA, fin dai tempi di "Spirit of the century" e di "Higher ground".
Ebbene, qualche mese fa càpita che, sospese le fatiche del tour e congelati per un attimo i fasti di "Diamonds on the inside", Carter e compagni lo chiamino per farsi aiutare su un paio di brani in studio; invece va a finire che, in otto giorni, eccoti pronto "There will be a light", registrato a Hollywood, prodotto da Harper stesso con Chris Goldsmith nella veste di produttore esecutivo e Jimmy Hoyson al mixer.
Sulla carta operazioni come queste hanno il pregio della complementarietà: grazie alla presenza di una star internazionale i Blind Boys possono dare lustro al gospel, il loro genere misconosciuto e reso troppo folkloristico dai tour operator; mentre Harper (che per la verità non ne avrebbe bisogno) può arricchire la propria immagine con la purezza, l'originalità e la qualità che solo la nicchia sa regalare. Alla prova dei fatti, il risultato è buono. "There will be a light" non è un album gospel, come viene spesso indicato, bensì un piacevole disco in cui i brani originali di Harper si sposano a meraviglia con le cover di classici della tradizione sacra black (su tutte "(If I could hear) My mother pray") e in cui l'apporto vocale dei Boys pare un tutt'uno con la musica della sua band. Ottima "Church house steps", in cui il ritmo prevale sull'anima, così anche "Take my hand", molto jazzata; sono ispiratissime "Picture of Jesus", che è più sul sacro che sul profano, e "Satisfied mind" (già riletta da Jeff Buckley), con Harper e Carter in duetto; apprezzabile, infine, la citazione di Dylan in "Well well well", scritta con Danny O'Keefe.
La miscela di generi funziona quando le intenzioni sono genuine e la cultura autentica: qui la contaminazione è estremamente naturale e la chitarra di Ben Harper, sempre migliore con gli anni, sceglie di limitarsi a fare la sua parte senza prevalere e cede al virtuosismo solo nel piccolo 'rally' "11th commandment'. Nell'attraversare blues, rock, country, jazz, funk e gospel, pare perfino ovvio sacrificare l'originalità a vantaggio della tradizione. E passi per stavolta, è giusto così. Sappia però l'ottimo Ben che, al prossimo lavoro solista, difficilmente potrà concedersi lo stesso lusso...