«STUDIO 150 - Paul Weller» la recensione di Rockol

Paul Weller - STUDIO 150 - la recensione

Recensione del 21 set 2004

La recensione

Assemblare raccolte di canzoni destinate agli amici del cuore o alle ragazze che si desidera conquistare è sempre stato uno dei modi preferiti dai musicofili per raccontare qualcosa di se stessi, più facile che esprimersi a parole o scrivere una lettera (che poi gli amici, e soprattutto le ragazze, di quei nastri e Cd-r fatti in casa non sappiano cosa farsene è un altro discorso). Bravo e fortunato chi, come Paul Weller, può decidere di confezionarsi il suo pacchetto regalo, ad uso e consumo dei fan, chiudendosi per qualche settimana in uno studio di registrazione (il 150 indicato nel titolo, ubicato ad Amsterdam) in compagnia dei suoi fedelissimi, il chitarrista Steve Cradock, il bassista Damon Minchella e l’immancabile batterista Steve White, più qualche ospite.
Il risultato è un disco-compilation fresco, svelto, vivace, e scorre via che è un piacere: sarà che Weller vanta frequentazione assidua e familiarità con le cover, dai tempi di Jam e Style Council fino alla attuale carriera solista (un intero CD a tema, “Buttons down”, era già stato incluso nella tripla raccolta di rarità e b-sides “Fly on the wall”, uscita l’anno scorso); sarà che, da avido collezionista di dischi qual è, sa svariare su tutti i fronti selezionando motivi e materiali niente affatto scontati. Delle dodici canzoni in lista tre o quattro – mica di più – affiorano in automatico dall’archivio mnemonico di un ascoltatore medio. Ma una di queste è nientemeno che “Close to you”, zuccherino e vituperato hit dei Carpenters formato Bacharach-David che pochi avrebbero immaginato, anni fa, nelle corde dell’ex giovane arrabbiato che idolatrava Pete Townshend maltrattando chitarre Rickenbacker (invece funziona, con quella nitida partitura per fiati, arpa e chitarra ritmica e quella voce affumicata dalle sigarette). E un’altra, la “All along the watchtower” di Dylan e di Hendrix, si tinge di flamenco e di forti tonalità gospel nelle voci femminili di Sam Brown e di Carleen Anderson: trattamento “spiritual” anche per il Neil Young , periodo “After the gold rush”, di “Birds”, più canonica ma forse anche più centrata nel suo lineare arrangiamento pianistico. C’è tutto il Weller conosciuto, qui dentro: quello degli Style Council e delle carezze pop soul, quello di “Wild wood” e delle chitarre acustiche, il rocker e il cantautore, in un cocktail mai stridente che mescola in giuste dosi mostri sacri, figure di culto e musica di consumo. Dal folk scozzese agli Oasis: “One way road” è un articolo minore firmato dall’amico Noel Gallagher (lato b del singolo “Who feels love?”, 2000), tinto di vintage dallo sfrigolar di puntine e da un inatteso clarinetto swing. “Black is the colour” è una celebre ballata tradizionale e ospita il violino struggente di Eliza Carthy, ultima erede di una nobile stirpe della musica popolare britannica che regala tonalità bucoliche anche ad “Early morning rain”, malinconicissimo quadretto firmato dal canadese Gordon Lightfoot. Uno di quei “beautiful loser” che piacciono tanto a Weller (e anche a noi): come il Tim Hardin autobiografico e malizioso di “Don’t make promises”, qui riverniciata di fiati in stile r&b revival alla maniera di Van Morrison e Georgie Fame. Il resto è black music, altra passionaccia di Weller dai tempi delle prime scorribande in territorio Motown, Curtis Mayfield e Philly Sound. “Hercules” (New Orleans funk, Allen Toussaint attraverso la voce di Aaron Neville) è impeccabile e fedele all’originale come la versione rodata in concerto anni fa dal Modfather. “The bottle”, accorata denuncia sociale ad opera dall’attivista/polemista afroamericano Gil Scott-Heron, si carica di sax, flauti, wah wah e ritmi galoppanti in chiave “blaxploitation”. “Thinking of you” colora la disco di Nile Rodgers e delle Sister Sledge di tonalità pastello e Chicago Soul alla Mayfield. “If I could only be sure” riporta al periodo Mod dei party, dei dancefloor e delle lambrette con il “beat” pulsante del Northern soul di Nolan Porter (mai sentito nominare prima, lo confessiamo). E la deliziosa “Wishing on a star”, spazzolata ancora da arpe e chitarre di velluto elettrico, rispolvera un successo del 1978 degli effimeri Rose Royce, band di Los Angeles nota anche per la colonna sonora di “Car wash”. Registrato velocemente, quasi in presa diretta, “Studio 150” riassume tutte le migliori qualità di Weller, energia, melodia e concisione. Un unico dubbio, ricorrente. L’uomo di Woking ha scritto grandi canzoni (“That’s entertainment”, “Going underground”, “Wild wood”, “You do something to me”): ma rischia di passare alla storia del rock soprattutto come grande interprete/riproduttore di suoni, continuatore di stili e di linguaggi che altri hanno forgiato e praticato prima di lui.
(Alfredo Marziano)
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