«BONORA - Marcello Murru» la recensione di Rockol

Marcello Murru - BONORA - la recensione

Recensione del 25 mag 2004 a cura di Paola Maraone

La recensione

I soliti a caccia di definizioni l’hanno annunciato come il Tom Waits o il Paolo Conte de’ noantri. Certo: Marcello Murru è profondo, possente, penetrante, rauco di voce il giusto, segnato dalle rughe quanto basta, intorno agli occhi soprattutto. La copertina del suo album è un bianco e nero appena appena fashion, essenziale come lui, appropriata come il suo nome che suona bene e gli sta bene, anzi: gli calza addosso a pennello. Andiamo avanti: più che cantare Murru irrompe, turbina, avvolge. Il suo è un sussurro intenso, disomogeneo, irresistibile, che riempie deciso i pieni, e lascia ai vuoti tutto lo spazio di cui hanno bisogno, per un’intera traccia: la 12, da cui partiremo per raccontare questo disco coraggioso e simile a pochissimo altro tra quello che conosciamo.
La 12 è il vuoto, 18 secondi di pausa che puliscono il cervello, il resto è spazi dilatati e respiri irregolari, onde che si gonfiano e fischiare del vento e poi, di nuovo e all’improvviso, la quiete. Il capolavoro qui dentro è “Bonora”, che dà anche il titolo all’album, ed è cantata in sardo: sul libretto con le parole di tutte le canzoni scritte a mano da Murru è proprio il testo di questa che manca, come se qualcuno – come se lui – avesse voluto proteggerla, tenerla lontana dal resto, il più privata e intima possibile. A provare a immaginarne il significato appoggiandosi appena al ritmo e al pianoforte che l’accompagna, vengono in mente storie di cuore, di tormenti e sfumature esistenziali; c’è una donna di mezzo, forse, ma è un salto nel vuoto, ché in realtà il brano potrebbe parlare di tutt’altro, e va benissimo così.
Il testo di altre canzoni sembra possa avere un significato preciso, almeno fino a quando non lo si rilegge una seconda volta, e poi una terza, ed ecco che di colpo la prospettiva cambia: prendete per esempio “Tempo di virgole”, un pezzo rassegnato, surreale-ma-non-troppo, su un uomo che prende fuoco a una pompa di benzina “ma nessuno che si fermi e aiuti a spegnere quell’uomo, ma nessuno che si fermi e aiuti a spegnere quel fuoco”.
Quel che rimane – 14, in tutto, le tracce - scorre lungo gli stessi binari: da un lato un pianoforte, dall’altro una voce che gli fa da contrappunto – del resto come recita, ancora, il testo di “Tempo di virgole”, l’Italia è il posto in cui vige proprio “la politica del contrappunto”.
E poi, da raccontare c’è da un lato una squadra di ottimi musicisti: Nico Di Battista, Fabrizio Gatti, Leo Cesari, Marco Sabiu, Alessandro Gwis degli Aires Tango, Mario Rivera degli Agricantus, Gabriele Coen dei Klezroym (nomi difficilissimi da pronunciare e ricordare; loro però sono tutti molto bravi). Dall’altro lui, il solista, il Murru, che a volergli a tutti i costi cucire un’etichetta addosso si merita l’appellativo di cantante-poeta; lui, che non sfigurerebbe su un palco accanto a tutti i Conte, Waits e Fossati che vi vengono in mente. Lui, che voglia di avere successo nel senso tradizionale del termine (showbiz & dintorni) forse non ne ha mai avuta molta, e che ora pubblica con Cni un disco di molto superiore alle aspettative, capace come pochi altri di portare lustro (e non disdoro) alla musica italiana. Non un disco perfetto, questo no, ma la perfezione chi la cerca, ormai? E’ così noiosa, e poi non va bene per un tipo come lui, così riservato e attento, acuto implacabile osservatore di pieghe dell’anima, uno che cantando di sé racconta, “Ogni tanto mi perdo, e mi ritrovo che è tardi”.

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